Amanda

in attesa del tram a torino

Il tram numero quattro viaggiava sulle rotaie facendo sobbalzare e quasi cadere, i passeggeri intenti nei loro banali inganni al Tempo, in attesa  della propria fermata; lo schermo appeso al soffitto del mezzo segnava le quindici e trentaquattro minuti.


Una ragazza dai capelli ramati si reggeva al palo con una mano, con l’altra vicino agli occhi, il display di un telefonino ricoperto da nobili ferite di guerra fasciate da pezzi di scotch; dei pesanti occhiali le cadevano lentamente sul naso sfiorando le lentiggini appena accennate sulle sue guance; le labbra stavano lì, semiaperte per la concentrazione, dipinte di un rosso pallido scolorito dalle ore passate e dal suo parlare, dal suo sorridere, spesso contemporanei.
Dai vetri del tram si vedevano scorrere le luci delle insegne, i tendaggi colorati delle boutique di parrucchieri o fiorai, i neon blu brillavano tra le vie attirando l’attenzione dei passanti; i torinesi non sentivano sempre la fretta della vita, la frenesia della città, ogni tanto si concedevano leggere passeggiate nei grandi e verdi spazi, nei vialoni alberati o nelle immense piazze marmoree ed illuminate dalle splendide luci bianche dei vecchi e romantici lampioni.


I binari sfrecciavano sicuri in mezzo ai Sampietrini color mattone del centro, ma il tram numero quattro era diretto verso l’esterno del cuore di Torino. Metro dopo metro gli elettrici colori delle insegne sbiadivano, alcune lettere addirittura erano spente; il verde scarseggiava ed emergevano come giganti, anonimi palazzi dai mille appartamenti, pieni di persone che si godevano un rilassante sabato mattina, il sole scaldava le mura, ma anche i pesanti cuori.
Il grigio inglobava le strade trasformando i Sampietrini in cemento, queste sembravano ingrandirsi e macchiarsi di rifiuti e mozziconi di sigarette.

Un lento morire della facciata borghese.

Il tram numero quattro frenando, sbandò di nuovo,  la ragazza urtò un coetaneo dagli scuri capelli e con delle tonde lenti sul naso, assorto almeno quanto lei; dalla sua borsa chiusa distrattamente in malo modo, cadde una fotografia.
Le porte si aprirono e la ragazza uscì velocemente tra la gente.
*

Quattro ore prima

*
Ore dieci e trentacinque.

La sveglia urlò per la terza volta quella mattina, Amanda si rigirava tra le lenzuola reduci da una guerra civile con le sue gambe; con la bocca aperta, se ne stava lì, ferma a sgocciolare bavetta sulla federa. I capelli ramati le cadevano arruffati sul viso e tra le labbra aperte; un piede penzolava beato sul bordo del letto.
Il braccio sinistro della giovane urtò goffamente il comodino nel tentativo di afferrare il cellulare, il quale era appena riuscito nel suo insistente intento.

Amanda, per via dello scontro ravvicinato, si svegliò di sobbalzo, alzò la testa di scatto con l’aria di chi non aveva ben chiaro il proprio nome e la propria ubicazione in quel preciso istante.
Finalmente face tacere la sveglia, si sedette al bordo del letto e aspettò, non sapeva bene neanche lei cosa. Forse la coscienza necessaria per porsi le più acute domande su come avrebbe potuto migliorare la sua persona e il mondo circostante, oppure solo ricordarsi il percorso per la colazione.

Seduta comoda sul Pensatoio, Amanda si concedeva i primi (ed ultimi) attimi di serenità della giornata; fissando un punto nel vuoto, la sua mente fece pace con sé stessa, aspettando l’ovvio momento di ricominciare a litigarci a breve.
Di Amanda si poteva dire che amasse la vita, nonostante le fosse avversa. Tra le sue prime discordie vi era il Tempo, quel tipo di tempo che ognuno di noi è convinto di possedere, di stringere tra le dita saldamente ma poi si è in ritardo, sempre.

Il tram numero quattro l’avrebbe portata verso Porta Palazzo.

Il centro storico di Torino trasudava memoria, custode di infiniti racconti, culla di milioni di anime che han camminato per le sue strette stradine, le quali sfoggiavano orgogliosamente piccoli e romantici balconcini ornati da rampicanti.

Si respirava aria di Storia e flussi costanti di vita e morte, profumava di pane appena sfornato e del dolce sapore di superalcolici; tra quell’essenza ogni sabato vi è tutt’ora il Baloon.
Il Baloon è un luogo in cui spazio e tempo si annullano, in cui il mondo perde i confini, è il punto di incontro tra lontane epoche e il presente, diversi colori della carnagione e le più disparate lingue, ma nonostante le differenze si trova sempre il modo di comunicare. Al di sopra di tutto ciò, nei cieli limpidi, uggiosi, furiosamente neri, soprana una mongolfiera bianca: vigile faro, occhio della città su quel luogo incantato.

Tra le mille storie nascoste dietro ogni angolo, l’Umanità compare nelle sue più nude sembianze, in un evento rituale che si ripete nei secoli, da secoli.

Nel mercato del Baloon ogni cosa è in vendita.

Le svariate sfaccettature si riuniscono in modesti banchi di ambulanti, ed è lì che quel giorno il tram numero quattro portò Amanda, i suoi grandi occhi cangianti osservavano attentamente tutto ciò che la circondava: biciclette degli anni ’60, oggetti steampunk, lavelli a due vasche, vestiti usati.

Uno di loro vendeva ricordi a un euro.

Erano tutti lì, raccolti in un’incantevole scatola di legno bianca, ricordava un vecchio portagioie, solo con un’enorme chiusura a scatto dorata.

Amanda sorpresa, osservò con attenzione affascinata, intravedeva vecchie foto, lettere aperte con bollo in cera rossa, calligrafie curate e fogli ingialliti. La sua curiosità crebbe velocemente, il proprietario di quel tesoro era un ragazzo poco più grande di lei, sedeva scomposto su una sedia all’ombra e teneva la scarpa da ginnastica consumata sul bordo del banco.

“Guardale pure, se vuoi” fece un tiro di sigaretta e distolse lo sguardo da lei.

Con una frenetica cura, Amanda iniziò a sfogliare il contenuto della scatola; le foto risalivano ai più disparati decenni del ‘900: foto di soldati, coppie sorridenti, piazze di città e stazioni ferroviarie; alcune riportavano sul lato bianco il peso di  dediche scritte con perfette calligrafie.

L’attenzione della giovane fu immediatamente catturata da una foto in particolare, il ritratto di un uomo dai buffi baffi e l’aria serena, sul retro una splendida scrittura:
“ Ai miei cari amici,
Giancarlo e Lillia
12 marzo 1918”

Amanda diede un euro al ragazzo, infilò portafoglio e fotografia nella grande borsa disordinata, lasciandola però aperta.

La giovane girava tra i banchi commentando distrattamente la merce, osservava ancora con amore il cuore della sua amata città, eppure era impossibile non concentrarsi su quell’oggetto conservato nella sua borsa, tenuta gelosamente attaccata alla spalla.

Di Amanda si poteva dire che amasse la vita e che guardasse il mondo con occhi diversi, cogliendo la poesia e l’amore nelle cose, nelle persone, nei luoghi. Quella sensazione che ti porta a credere di essere l’unico a conoscere il valore dell’essere custode.

Ma il tempo le fu avverso nuovamente, erano le quindici e un mezzo avrebbe dovuto portarla a casa.
Il tram numero quattro viaggiava sulle rotaie facendo sobbalzare e quasi cadere, i passeggeri intenti nei loro banali inganni al Tempo. Lo schermo appeso al soffitto segnava le quindici e trentaquattro minuti.