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Martina

Sono Martina e sono riluttante. Le presentazioni le devo calibrare a seconda dell’interlocutore, e qui non so chi ho davanti. Molte persone che mi conoscono leggeranno cose molto personali, giusto per anticipare qualcosina, e ciò potrebbe non tornare affatto a mio vantaggio. Ho 28 anni di cui una buona parte trascorsi nella quiete apparente, la restante porzione nel temporale visibile, visibilissimo, e la trasparenza inerme del dolore mi fa vergognare. Vergognati pure, o infelice ricettacolo di nevrosi, io sono al di là e al di sopra. Del resto, le debolezze, mai avere con esse la tenerezza di chi le culla, nemmeno il compiacimento di chi le esibisce: ciò urta e allontana, ne ho fatta la prova. Principiai a scrivere sul serio al ginnasio, erano anni in cui la mente indagava e l’emozione si ingolfava in una miriade di trappole, niente riusciva a fuggirne fuori. Scrivevo, scrivo, perché sono differente, concedetemelo; scrivevo scrivo perché la vita mi pare uno scherzo di cattivo gusto da cui bisogna difendersi. Non ho altro, con cui sferrare colpi ai miei mulini a vento, che uno stile e l’umorismo, in senso lato: esso è il negativo perfetto del dolore. Volete conoscermi? Ascoltate come combatto la mia lotta assurda, asimmetrica. Il resto è facile: ottima studentessa, laurea in Lettere, dottorato di ricerca in corso, tirocinante presso una scuola privata, qualche ripetizione per tirare su un po’ di grano. Non sono la persona garbata e remissiva che vive al mio posto a guisa di marionetta che l’Es calza come un guanto troppo stretto eppure pressoché impossibile da abbandonare. E non voglio il mio cantuccio sicuro nel mondo. Ciò che non siamo, ciò che non vogliamo, amen.