Eva

  • Bi 
dire di si la teoria delle possibilità come un dado con le facce tutte uguali

Ore 03:00.


Vedevo luci colorate a intermittenza.
La mia testa era leggera e pesante allo stesso tempo. La gente attorno a me si muoveva a tempo di musica tecno; sentivo gli arti e la ragione staccati dal resto del corpo. Ondulavo ad occhi chiusi, cercando di riconoscere un ritmo, di dare un ordine e un senso mentale a quei numerosi suoni: il vociare coperto dalla musica, la risata delle persone, le casse.

I bassi mi rimbombavano nel petto, come botte di adrenalina.
Pensai a come fossi mai potuta finire in quel luogo, a come mi sia trovata a sentire di nuovo il mondo muoversi, di essere sorpresa da come un secondo basti per cambiare sé stessi.
Pensai a come una sola parola mi avesse trasportata in una realtà così diversa da quella a cui sono stata abituata. Era come una chiave, la password.
Quella sera, in tutto quel casino, riuscii a sentire qualcosa che non provavo da troppo tempo.

 

Otto ore prima

“Eva allora, vieni con noi?” – una collega di lavoro mi invitò ad una cena in un nuovo ristorante arabo al quadrilatero, una delle zone che più amavo di Torino. Il locale in questione, a detta dell’articolo online che la mia collega aveva letto con diligenza, faceva anche spettacoli dal vivo.

Mentre mi parlava, stavo seduta goffamente sul tappeto della mia camera, immersa nella fioca luce della finestra, a bere vino rosso davanti a una buona serie tv. Sospirai e cercai di declinare l’invito:
“No dai Valeria, ormai è anche tardi per prepararmi” – cercai di essere il più gentile possibile, nonostante stessi rifiutando.

Ma lei non abboccò:
“Eva, ci siamo tutti dai, non te lo chiederò un’altra volta. Vuoi venire con noi, Si o no?”.
Quella domanda mi spiazzò. Per qualche secondo ripensai a Thomas, al momento in cui mi ero fidata di lui, pensai che avrei dovuto provare, questo curioso punto di vista, quindi riposi come avrebbe fatto lui:
”.

Alle otto mi feci trovare pronta, di lì a poco mi sarebbero venuti a prendere alcuni colleghi in macchina.
Ci avviammo verso il ristorante scambiando convenevoli.

Tutti sembravano così felici di essere lì, ma io non riuscivo a nascondere il mio freddo distacco. Non mi sentivo spensierata da troppo tempo per far finta di esserlo.

Ci fecero accomodare ad un tavolo in terrazza: bellissime piante rigogliose circondavano il bordo della ringhiera, ma senza nascondere alla vista la splendida visuale dell’elegante quartiere.

Tra una chiacchiera e l’altra, il mio bicchiere di vino era stato riempito due volte, ne ero contenta. La cena fu servita velocemente, fui lieta anche di quello.
Finché non ci fu il momento dello spettacolo promesso dall’articolo.

Le luci si spensero e dalla tenda spessa dell’ingresso, illuminato da un occhio di bue, uscì fiero un uomo vestito con gli abiti tradizionali della danza del ventre. Addobbato come il più scintillante degli alberi di natale, l’uomo sfoggiava sui fianchi catenelle con grossi ciondoli argentati, il tessuto dei due pezzi del vestito era verde smeraldo, risaltava la folta peluria scura su braccia e pancia.

La musica partì e l’uomo iniziò la sua danza. Mi fece sorridere e lo osservai attentamente: era davvero bravo, nonostante l’aspetto.

I miei colleghi guardavano lo spettacolo in silenzio, divertiti e stupiti allo stesso momento.
Non feci in tempo a girarmi nuovamente verso lo show, che sorpresi il ballerino a tendermi la mano, muovendo la sua pancia pelosa piena di brillantini, sempre più vicino alla mia sedia.

La folla si scaldò, compresi i miei accompagnatori; l’uomo mi incitò ed io mi posi il dubbio: Si o no?
Ripetei nella mia testa la parola magica.

Il gioco era facile: lui mi mostrava i movimenti ed io avrei solo dovuto ripeterli.

All’inizio fu semplice, ma il livello era sempre più alto. Mi lasciai andare, dimenticai le paure con il vino che, saggiamente, avevo portato in pista con me.

Tutti mi incoraggiarono e fui abbastanza brava. Quando persi le energie e il mio bicchiere fu vuoto, andai a sedermi di nuovo al tavolo, ringraziai il ballerino e ci fecero un applauso.

Ero brilla, ma ciò non mi aveva impedito di bere ancora un paio di bicchieri, di cui uno offerto dalla casa.
L’uomo finì il suo spettacolo, i clienti, dopo aver finito la cena, pian piano lasciarono il locale. Anche il mio gruppo era in procinto di alzarsi, chiesi loro di aspettare due minuti e mi diressi verso i bagni.

Attraversai il corridoio, aprii la porta e mi diressi verso il lavabo, sopra questo uno specchio dalla cornice dorata; mi sistemai e mi lavai le mani a testa bassa.

“Tu sei la ragazza che ha ballato prima? Sei stata forte” – Una ragazza bionda comparve alle mie spalle, si avvicinò all’altro lavabo e fece scorrere l’acqua fredda. Mi sorrideva, la ringraziai imbarazzata, ero ancora troppo brilla per parlare con serietà ad una sconosciuta senza rischiare brutte figure.

“Senti, io e un paio di amiche andiamo a bere qualcosa, voglio sapere dove hai imparato a muoverti così bene. Vuoi unirti a noi?” – nella mia testa ci fu solo una domanda, ed io, convinta di aver dato ascolto a sufficienza alla teoria della possibilità, mi lasciai sorprendere dalla vita. Di nuovo.

Dissi la parola d’ordine.
”.