Fiaba Umana

  • Leo 
un corpo con la maschera allo specchio in bianco e nero

Mi tirai su i pantaloni, allacciai la cintura, feci per aprire l’acqua per lavarmi le mani. Per una frazione di secondo il mio sguardo si posò sullo specchio.

E mi vidi.

Quella volta mi vidi davvero.

Sono rimasto istanti interminabili a fissarmi negli occhi, riflesso. Sostenevo il mio sguardo, che in quel momento era il più familiare del mondo. Caddi nel buco profondo delle mie pupille, mi ci immersi completamente. Restavo immobile a osservare quelle iridi scure, quello spicchio di luce riflessa.

Quella notte mi vidi davvero.

Lentamente feci vagare lo sguardo sul naso, sulla bocca. Così conosciuti, così estranei. Osservai le lentiggini, le occhiaie profonde, il brilluccichio del metallo che porto in viso, le pieghe sulle labbra, i primi accenni di barba. Tornai ai miei occhi, perentori, che mi fissavano. Non sentii la minaccia di quello sguardo giudice, lo trovai solo carico di speranze.

Finalmente avevo avuto il coraggio di farlo, di affrontarlo. Quel pezzo di vetro che temevo tanto, ed ora ero faccia a faccia con lui.

Mi sfilai la maglietta, la fascia stretta per comprimere il seno, mi spogliai di tutto e mi guardai, nudo come nuda era la mia anima, in quel momento.

Quel corpo lentamente, nei mesi, stava prendendo la forma del mio corpo. Quel corpo che sognavo, anni prima, con la testa soffocata sotto le coperte. Mi girai e rigirai ed era come se anche lui si stesse osservado in quel momento. Quel momento in cui mi sentivo così oggettivo con quell’immagine, ma allo stesso tempo così coinvolto.

Mi resi conto che quel corpo aveva una vita, era bello. Quasi a ricordarmi di essere sveglio, mi passai le mani sulla pancia e sulle gambe, finalmente mi sentivo. Ogni parte di quel corpo era il mio corpo. Non era più solo dolore, solo delusione e solo imbarazzo. Era quello che ero io. Era felicità.

 

<<Se guardi attentamente le puoi vedere, in quello specchio. Non sono molto grandi, sono della misura giusta per te. Non sono perfette, non sono magnifiche, sono vere. Quelle, ragazzo mio, sono le tue ali.>>

Quella situazione era talmente surreale per me, che pensai che la stanchezza mi stesse giocando brutti scherzi. Forse era vero, ma non dimenticherò mai quella sensazione.

I minuti, avvolti nel silenzio più totale, scorrevano senza che io me ne accorgessi. Studiai tutto di me, tutti i difetti, tutte le imperfezioni, ma non pesarono alla mia anima. Quella notte erano diventati i miei difetti e le mie imperfezioni, mie come mio era il corpo, mie, e come tali le amavo. Le sentivo così naturali e ovvie, così belle nella loro bruttezza.

Sentii come se il dolore di tutti quegli anni, per qualche ora, fosse sparito, lasciando spazio ad un poco di orgoglio.

Studiai i muscoli della schiena e delle spalle che, timidamente, iniziavano a delinearsi sotto a pelle, studiai la cassa toracica, poderosa, studiai i fianchi, larghi, da ragazza, ma pur sempre i miei fianchi. Osservai le prime fattezze che solo l’aiuto farmacologico aveva potuto regalarmi e fui così fiero di tutto quello che avevo subito, perché marchiato in quelle ossa vedevo sbiadito l’odio che provavo nei miei confronti, come un ricordo.

Lasciai i pensieri lontani per qualche ora e diedi spazio libero al sentimento. Forse l’avevo dimenticato troppe volte.

Quella pancia, anche se creata per procreare prima o poi, diventò l’unica pancia che io avrei mai potuto desiderare. E anche il seno, che tanto ho odiato, diventò solo una parte della mia evoluzione che, prima o poi, si sarebbe estinta.

Mi sentii così in colpa per tutto quello che avevo provato nei confronti di quelle ossa e di quella carne. Loro di certo non mi avevano mai fatto nulla di male. Erano perfette, nel loro essere, magnificamente funzionanti. E io le odiavo.

Non si sono mai meritate questo disprezzo viscerale.

Molte volte ho messo alla prova il mio corpo, molte volte l’ho seviziato in modi che non si sarebbe meritato e in quella notte mi accorsi che tutto quello di cui aveva bisogno era solo un silenzioso grazie per aver sopportato tutte le ingiustizie e per essere pronto a sopportare quelle che sarebbero giunte, grazie per aver subito l’odio senza poter rispondere, grazie per aver assecondato follie senza potersi opporre, grazie per essere stato fedele alla mia anima ed averla accettata nella sua complessità. Grazie per essere l’unico compagno di vita su cui potrò sempre contare, perché oltre alla mia mente, anche lui sente il peso della transizione.

Grazie per essere me.

 

<<Sulle spalle le hai fatte crescere per anni. Hai scavato nelle ossa e con le unghie, le hai tirate fuori. Hai ancora sulle mani il sangue che ti è costato, ancora una smorfia di dolore sulle labbra. Anche se a fatica, le hai trovate. Ora le tieni chiuse, a solleticarti la schiena, perché ancora hai paura che possano non sorreggere il tuo peso. Mai avresti pensato di riuscire ad averle, quelle ali. Non temere, nulla ti può fare male ormai.>>

 

Quando smetti di farti del male, quando smetti di sacrificarti come un agnello su un altare, a quel punto davvero nulla può abbatterti. Può scrollarti, può farti barcollare, ma mai buttarti a terra.

E in quella notte in cui la mia anima e il mio corpo per la prima volta si incontrarono, sentii il coraggio montarmi nel petto, l’orgoglio di essere quello diverso, sentii di essermi reso conto di quanto io fossi cresciuto in quegli anni di inferno.

Ero cresciuto per diventare me.

Non perfetto, mai perfetto, solo vero.

Vero come vero era il sentimento che provavo in quel momento per quella persona che io stesso avevo cresciuto, vero come ero vero io davanti a quello specchio. Vivo come mi ero sentito poche volte fino a quel momento. Per la prima volta anima e corpo respiravano insieme, per la prima volta unite in un abbraccio insolubile.

Come in ogni fiaba, anche la mia doveva avere un lieto fine, ed il mio lieto fine ero io.

E anche se ingiusta, sofferta e triste è stata la mia fiaba, anche se crudele, nulla avrebbe potuto rendermi più felice.

 

<<E ora sei lì, uomo, tutti quegli occhi puntati addosso, sulla guglia della tua cattedrale. Hai chiuso l’ultima busta, l’ultimo scusa, lanciato nel vuoto. Spiega le tue ali. Ora sei pronto a volare.>>