Giochiamo

giochiamo a scappare serie horror

Il tempo non le basta. È troppo poco. Troppo poco tempo per trovare una soluzione. Per scappare. Uscire da quella casa che fino a pochi minuti fa era il suo nido sicuro. Prima che apparissero quelle scritte sui muri. Giada non ha il coraggio di scostare di nuovo le coperte. Non ha il coraggio di respirare. Trattiene il fiato, tiene gli occhi serrati.

Devo scappare.

C’è qualcosa in casa. C’è qualcuno. Qualcuno che gioca con la sua paura. Sente i passi, sommessi, lenti. La scritta sul muro è terrificante. La intravede dalla porta socchiusa della camera. Forse è stato un delirio del sonno. Forse sogna ancora. No, la paura è reale. Quella non svanisce.

Conta i passi, conta i passi Giada, dove sta andando?
Passi scombinati. Prima a destra e poi a sinistra. Poi basta. Il cuore pulsa veloce in gola.

Vieni qua, è divertente.
Quella scritta le rimbomba nella testa da secondi interminabili. La calligrafia da prima elementare le fa gelare il sangue. Non può uscire, non può neanche stare lì. Non può fare nulla se non pregare che sia un incubo. E lo è, ma è reale.
La porta cigola, Giada sobbalza. Serra i pugni, le unghie le si conficcano nel palmo.

No, no, NO!
Le lacrime le scendono lungo le tempie, non osa muoversi, non osa pensare.
Di nuovo passi, concitati ora. Una risata sommessa ma agghiacciante le gela il sangue nelle vene. Sono andati verso la cucina. Non sente più nulla se non la tensione elettrica nell’aria. Prende una lunga boccata d’aria, le mani le tremano. Abbassa appena la coperta per sbirciare fuori. Si immobilizza. Un’altra scritta apparsa dal nulla. Apparsa di fianco alla testata del suo letto. I nervi si bloccano, il respiro si mozza.

Giada giochiamo? Ti aspetto da tanto
Gli occhi le si inondano di lacrime. Come ha fatto ad arrivarle tanto vicino? Come ha fatto a non sentirlo? Cosa cazzo succede?

Conta i secondi passare, li conta e non trova una soluzione. Li conta ma è come se non passassero. Chiude gli occhi, li riapre. Non è cambiato nulla.
Abbassa lentamente la coperta, le viene da vomitare per la tensione. Fissa la finestra della camera. È al secondo piano, se si lanciasse da lì non si rialzerebbe.

Non puoi uscire dalla porta principale! Pensa cazzo, pensa! Pensa!
Sente il cervello impazzire. Non c’è una soluzione. Non c’è una via d’uscita.

Il bagno. Giada il bagno, chiudi la porta a chiave e resta in bagno.
È lontano. Sono almeno otto passi. La sentirebbe. La porta del bagno è socchiusa, la chiave è dentro. Otto passi per la salvezza. Otto passi. Li conta e li riconta. Possono diventare sei se li fa lunghi. Deve essere veloce. Più veloce di lui.

Cerca il telefono, chiama la polizia.
Fa mente locale. Il cellulare è in carica sulla scrivania. Letto scrivania, poi scrivania bagno. Questo è il tragitto. Il percorso si allunga. Si allunga drasticamente.

Il rumore di altri passi la scuote da quei pensieri. Arrivano in punta di piedi fino alla porta di camera sua. Resta immobile, non ha il coraggio di voltarsi. Non ha il coraggio di guardare. Sente il suo sguardo bruciare come fuoco sulla pelle. Sa che la sta guardando.

Lui sa che lei è sveglia.
Sente il suo respiro, lento, pacato. Profondo. Poi sospira, la porta di nuovo cigola, l’ha aperta un po’ di più. Giada tiene gli occhi chiusi, il viso rivolto verso la finestra. I capelli sono il suo unico scudo. La coperta non la scalda più, le raggela le ossa. Di nuovo passi, di nuovo lenti. Vanno lungo il corridoio, più pesanti di prima. Si sta arrendendo?
Aspetta di sentirli in fondo al corridoio.

Giada ora devi farlo. Devi farlo. Al tre devi uscire da qua.
No, non riesce a convincersi a farlo. Le gambe non rispondono agli impulsi del cervello. È paralizzata a letto. Lo sente duro come una bara di legno. Conta i passi di nuovo.

Due verso la scrivania, prendi il telefono, sei verso il bagno, chiudi la porta.
Il tempo stringe. Questa è l’unica soluzione.

Scosta le coperte con un gesto fulmineo, i piedi sono per terra. Si alza, scrivania. Un secondo ed è lì. Telefono. Lo prende e strappa con foga il filo dalla presa. I passi corrono lungo il corridoio. Bagno. Uno, due, tre passi. La porta si spalanca, Giada non si volta. Quattro, cinque. Afferra la maniglia del bagno. Una mano gelida le si stringe con cattiveria sul braccio. Urla, si dimena. Si volta. È piccolo, basso e ha gli occhi di ghiaccio. La afferra con entrambe le mani.

Chiuditi dentro Giada!
Fa un passo in bagno.
“Giada non scappare!”.

Il sangue le si gela nelle vene, la voce è sottile come quella di un bambino. Sbatte con forza la porta su quel braccio esile. Un urlo strozzato proviene dall’altra parte della porta, lascia la presa. Giada chiude la porta di peso, si puntella con i piedi per tenerla chiusa. Gira la chiave una, due, tre volte. Poi si blocca nella serratura. La porta è ben chiusa.

L’ometto sbatte i pugni sulla porta, la chiama. Poi un pianto straziante. Un pianto inumano. Giada trema, ha la pelle d’oca. Si allontana di scatto dalla porta, il braccio le fa male. Con la mano tremante accende la luce dello specchio. Si controlla il braccio. Si sta creando un livido.

È un bambino quello. Non può avere tutta questa forza. È un bambino!
Preme il tasto di accensione del telefono, alza lo sguardo. Raggela. I muscoli si tendono, il cuore perde un battitto. Le lacrime ricominciano a sgorgare abbondanti. I muri, il soffitto, i sanitari sono ricoperti di scritte. Stessa calligrafia.

Sei felice Giada?
Finalmente insieme

Ciao Giada
Finalmente giochiamo
Vuoi giocare?
Voglio conoscerti Giada

Chiude di nuovo gli occhi, si rannicchia in un angolo, le esplode la testa, è terrorizzata. Poi un colpo secco alla porta. Si spalanca. Lui entra. Poi buio.

“Giada? Giada!” sua madre la mette di peso seduta a terra. “Giada che cazzo! Ti lascio da sola una notte e tu torni a casa ubriaca! Ti avevo detto di non uscire!”
Giada si guarda attorno, spaesata e terrorizzata. “Mamma..”
“A che ora sei tornata? Hai vomitato? Come diavolo fai a collassare così in bagno! Cosa hai fatto? Sei uscita con Martina e Carola, vero? E questo?” indica il livido “anzi, non lo voglio sapere! Ora vedi di darti una ripulita e dopo scendi subito per pranzo. Vedremo con tuo padre che punizione ti aspetta.”

Guarda sua madre uscire, le scritte non ci sono più. Si alza tremante da terra, le gambe la sorreggono a mala pena. I piedi scalzi sono gelati, varca la porta del bagno. La camera è esattamente come l’aveva lasciata ma anche lì le scritte sono scomparse. Prende i primi vestiti che le capitano sotto mano, li infila lentamente, le mani ancora le tremano. Esce e cammina lungo il corridoio, non c’è nessuna traccia.

È stato solo un brutto sogno.
Eppure il livido sul braccio pulsa di dolore.

Entra in cucina, si blocca sulla soglia.
“Ciao Giada, la mamma mi ha detto come ti ha ritrovata.”
Suo padre la guarda, una lieve nota di delusione gli abbassa la voce.
“Ne parleremo più tardi, ora ti presento Andrea. Finalmente vi conoscete, starà con noi un paio di mesi, fino a quando i suoi genitori non saranno tornati dal Kenya.”
Il bambino le sorride, le conficca le sue iridi celesti nello sguardo.

“Ciao Giada, giochiamo?”