Chronic Headache – Eva

  • Bi 
ma di testa cronico

Si chiamava Alessandra, Alex per gli amici. I suoi capelli biondi mi volavano sul viso per colpa del finestrino aperto.

Alla guida della Giulietta rossa c’era una delle sue due amiche, non si poteva dire che fosse una guidatrice prudente: sfrecciavamo su corso Vittorio Emanuele II nel centro di Torino. La musica rimbombava nell’auto e le ragazze si divertivano: ballavano sul posto ridendo rumorosamente.

Poche macchine percorrevano la nostra stessa strada, l’autista dimostrò che non era di certo la prima volta che correva. Non me ne curavo particolarmente, pensavo che quella serata non avrebbe potuto essere più carica di emozioni, le sorprese erano esaurite.

Mi feci trasportare dalla musica alta della radio, l’alcol scorreva ancora nel mio corpo, disturbando il buon senso.

I miei colleghi non erano voluti venire, preferirono tornare alle rispettive case e mi lasciarono andare senza troppe storie.

Mi trovai ad osservare fuori dal finestrino in silenzio: gli alberi sui bordi della carreggiata passavano veloci, mi venne quasi voglia di toccarne le foglie per sapere se una cosa così solitamente delicata, avrebbe potuto fare male sulla pelle.

La velocità aumentò, diedi un’occhiata al tachimetro sul cruscotto: eravamo ai centoventi chilometri orari. Un fremito mi percorse come una scossa, e sentii il bisogno irrefrenabile di provare il vento tra i capelli, provare ad allungare una mano per scoprire se sarei stata in grado di percepire dolore per le fronde.

“Lo faccio. Sì o no?”

La teoria della possibilità mi convinse di nuovo, ero ormai votata a scovare ogni singola occasione: la parola magica mi impose di abbassare il vetro il più possibile. Mi aggrappai al tettuccio e mi tirai su, sedendomi sul bordo del finestrino.

Non sentivo nulla se non il forte rumore dell’aria, i miei capelli scuri danzavano confusi nel vento; cercai di tenere gli occhi aperti e sentii la città investirmi come un camion.

Le luci erano scie colorate, non riconoscevo i corpi sui marciapiedi. Un senso di libertà mi fece salire l’adrenalina e abbandonai la testa all’indietro, guardai il mondo a testa in giù girare fasto accanto a me.

Incisi quel momento nella mia memoria e respirai a pieni polmoni.

La mano di Alex mi riportò non solo alla realtà, ma anche all’interno della macchina.
“Sei davvero pazza tu” – Rideva sorpresa e quasi accattivata dal mio gesto.

Capii in quell’istante quanto concedermi l’opportunità di vivere, mi stesse già cambiando agli occhi degli altri. Non mi sentivo più così timida e spaventata. Avevo visto la terra muoversi, imparai cosa significasse rendersi conto di non star sprecando tempo.

“Ti assicuro che non lo avevo mai fatto prima” – Risposi ricambiando il suo sorriso.
Alex mi fissò dritta nell’anima, come un’illuminazione o una perdita di controllo, mi baciò.
Pensai che non avevo mai fatto neanche quello.

 

L’andare a bere qualcosa diventò l’andare ad una serata gay in una discoteca del centro.

Parcheggiammo la macchina, mentre le altre nascondevano le borse nel portabagagli, io guardai con attenzione l’ingresso.

Sentivo la musica tecno fino al parcheggio e due bodyguard stavano scambiandosi due parole a braccia conserte.

Non ho mai amato la discoteca, ma soprattutto non ero mai stata in un locale gay.

Per qualche frazione di secondo riprovai ansia e paura, la timidezza spingeva sullo stomaco e l’idea di tornare a casa stava per assalirmi, fin quando non sentii il braccio di Alex circondarmi i fianchi e spingermi verso il locale.

Uno dei buttafuori mi diede la tessera d’entrata su cui avrebbero segnato le mie spese, per poi tirare le somme all’uscita. Non avevo mai visto quel sistema prima di quella sera; misi la tessera ambrata in una tasca e mi feci coraggio.

Le ragazze andarono dirette al bar e prendemmo tutte un cocktail; per far passare i dubbi buttai giù in fretta il mio quattro bianchi alla fragola. Girando per la discoteca vidi splendide e altissime drag queen, si muovevano sinuose tra la gente salutando tutti; indossavano luccicanti abiti sensuali, il mio fisico non si sarebbe potuto permettere di portarli, provai quasi invidia.

C’erano molti uomini intenti a ballare e parlare tra di loro, alcuni in camicia ed altrettanti con canotte fosforescenti.

Sui grandi schermi scorrevano a ripetizione immagini di videoclip, i ballerini insieme alle amazzoni, stavano sul palco ad animare la folla, ballando perfettamente sincronizzati ogni pezzo.

La timidezza sparì del tutto quando iniziai a percepire il ritmo nel sangue, Alex mi prese la mano e mi trascinò in pista con lei.

Vedevo luci colorate a intermittenza.

La mia testa era leggera e pesante allo stesso tempo. La gente attorno a me si muoveva a tempo della musica tecno; sentivo gli arti e la ragione staccati dal resto del corpo.
Pensai a come una sola parola avesse potuto catapultarmi in una realtà così diversa da quella a cui ero abituata.

 

Ballammo a lungo e la baciai più volte.

Non sapevo cosa provassi, nessun pensiero attraversò la mia testa. Per la prima volta dopo tanto tempo sentii l’imprevedibilità della vita e decisi di godermela tutta, fino in fondo.

Ad un tratto, la musica si abbassò e una delle ballerine presentò al microfono l’estrazione di un premio di due biglietti per un concerto:

“Allora ragazzi, preparate le tessere perché ne abbiamo nascosta una speciale! Sono tutte verdi tranne una. Chi è la puttanella fortunata con il biglietto rosso ambrato? Siete tutti daltonici o sapete che colore è il rosso ambrato? Amore sali sul palco per ritirare il tuo premio!” – Allungò talmente tanto le ultime lettere che quasi non respirava, come me, nel tentativo di ricordarmi dove fosse la mia tessera. Tastai i pantaloni, la trovai di fianco le chiavi di casa.

“Eva ma è il tuo! Vai! Vai sul palco!” Alex mi spinse in direzione dei ballerini, quasi inciampai tra i piedi della gente. Era il mio davvero.
Mi diedero una mano per salire e mi porsero una busta da lettera bianca contenente il mio regalo immeritato. Mi baciarono le guance e mi invitarono a stare sul palco per il brano successivo.

Salutai le ragazze chiudendo la portiera della Giulietta, mi incamminai verso casa, all’alba.

Dietro i palazzi, una luce chiara iniziava a farsi spazio.

Stringevo tra le dita la busta da lettera, Alex ci aveva scritto a penna il suo numero, nel caso avessi voluto compagnia per il concerto.

Mentre la chiave girava nella serratura, come a inizio serata, mi venne in mente Thomas e ciò che mi aveva detto: “E se hai paura assumiti il rischio, o perderai la chance, anche se può sembrare folle. Questa è l’imprevedibilità della vita”.

Sorrisi all’idea che l’unico rimpianto fosse un incredibile mal di testa cronico.