I vicini del quinto

  • Lisa 
dallo spioncino del condominio non si vedono i figli dei vicini

Con il passare dei giorni le cose non erano certo migliorate, anzi.

Il signor Pieroni a malapena accennava un qualche saluto se incontrato tra le scale e il portone del condominio. Eppure il capo aveva confermato a Michele che lo aveva chiamato subito, appena lasciato il biglietto da visita.

La signora Ravanelli, invece, riusciva a bloccarlo sul pianerottolo di casa tutte le volte che passava. Gli faceva agguati a tutte le ore del giorno. Michele si stava persuadendo che forse aveva riempito il condominio di telecamere e riusciva a sapere tutto di tutti. C’era però un risvolto positivo: di solito aveva qualche biscotto fatto in casa che puntualmente gli offriva.

Ma quella sera qualcuno si impegnò per farlo uscire fuori di testa di nuovo.

La famiglia di riferimento era quella del quinto, dalla parte opposta alla sua: i Fioretti.

Già classificati da Michele come “i peggior condomini trovabili in circolazione” grazie all’incontro della prima sera nel nuovo edificio…

 

Aveva appena iniziato a spacchettare gli scatoloni sperando di trovare quelli con il servito per cenare quando sentì dei colpi al portone.

«Arrivo.»

Dallo spioncino non vide nessuno.

Ma quando aprì la porta sentì un urlo disumano di due bambini che, con in mano un super liquidator, lo bagnarono da capo ai piedi.

E lui, ovviamente, non aveva la minima idea di dove potesse essere lo scatolone con gli asciugamani.

«E voi chi siete?»

Cercò di esser carino, erano pur sempre bambini.

I due, che avrebbe scoperto più tardi si chiamassero Alice e Bruno, non gli risposero ma sparirono su per le scale.

Gocciolante Michele chiuse il portone.

Pochi minuti più tardi, però, qualcuno bussò di nuovo.

«Chi è?»

«Sono la signora Fioretti.»

Michele aprì il portone.

«Salve, piacere, Michele Arrighi. Ha bisogno di qualcosa?» chiese allungando la mano destra. Mano che venne totalmente ignorata.

«Ha visto per caso i miei figli?» domandò la donna guardandosi attorno e sbirciando all’interno dell’appartamento.

«Dice una bambina di circa 10 anni e uno più piccolo?»

«Sì… li ha visti?»

«Mi hanno ridotto loro in queste condizioni!» rispose lui, indicandosi ancora completamente bagnato.

«E perché non ha chiamato nessuno? Ma che persona è lei? Vede dei bambini innocenti che vagano soli e non si pone alcuna domanda su di chi siano? Si vede che non ha figli!»

E così come era arrivata, se ne andò.

Michele rimase sbigottito.

«Alla faccia dell’innocenza», borbottò.

Ma non era finita lì.

Pochi minuti dopo, infatti, la quiete dell’appartamento venne di nuovo disturbata: al di là del portone si presentò il signor Fioretti.

«Posso esserle d’aiuto?» gli chiese Michele.

«Sì, certo. Volevo complimentarmi con lei.»

«Ah grazie… ma per cosa?»

«Per essersi lasciato sfuggire i miei figli.»

«Guardi a me spiace… ma non sono figli miei, non ho l’obbligo di sapere dove vanno.»

L’uomo lo guardò con disprezzo.

«Qui siamo tutti una grande famiglia… veda di impararlo!»

 

E qualche giorno dopo Michele scoprì il perché di quell’affermazione: i Fioretti, nel corso degli anni, si erano impossessati di 7 dei 28 appartamenti e avevano familiari dislocati sotto altri nomi in alcuni degli altri.

Il problema di questa stramba famiglia era il modo in cui interagivano tra loro: berciando dal terrazzo a qualsiasi ora del giorno e della notte, fregandosene degli altri, correvano per le scale, salutavano a fatica e crescevano i figli secondo un dittamo molto semplice: con la prepotenza puoi tutto.

Si erano guadagnati il primo posto nella classifica degli inquilini in quelle settimane e non avevano mai nemmeno accennato a voler mollare l’osso dal podio.

 

Quel venerdì sera Michele si era appisolato sul divano insieme a Valentina, una nuova collega con cui aveva stretto particolare amicizia fin da subito.

Michele era solito invitare qualche amico il venerdì sera per cenare insieme: era un’abitudine che aveva preso quando ancora viveva nella caotica capitale ma che non avrebbe abbandonato per niente al mondo. Cucinare gli veniva bene e non c’era gusto nel cucinare qualcosa solo per se stesso, soprattutto se provieni da una famiglia di 5 individui.

Una cena in casa in tranquillità, con un giusto film e una bella bottiglia di vino, era proprio quello che ci voleva per chi, come lui, lavorava anche il sabato mattina.

 

Erano le 2 di notte quando un rumore li svegliò di soprassalto.

Valentina si guardò intorno impaurita.

Non riusciva a capire se il rumore che aveva sentito proveniva da fuori o da dentro casa.

Un altro rumore assordante li sorprese. Sembrava come del metallo che cozzava insieme. Cosa mai poteva essere?

Quando si affacciarono per le scale i loro dubbi si dissolsero… erano le due pesti.

«Perdinci, che cosa state facendo?»

«Volevamo nonna…» bisbigliarono in coro i due bambini.

«E per andare da nonna c’è bisogno di svegliare tutti?»

«No», rispose la bambina, «ma non sente il campanello!»

Per provare a svegliarla avevano pensato bene di tirar giù tutti i porta ombrelli (la maggior parte di metallo), facendo un casino disumano.

«Forza», li prese per mano Michele, «vi accompagno a casa. Tu Vale aspettami qui» disse, rivolgendosi alla collega.

Al piano di sopra dominava il silenzio.

Michele si attaccò al campanello.

Quando finalmente la signora Fioretti aprì il portone, un’occhiata congelò Michele.

I due bambini vennero presi per le orecchie e portati dentro.

E tre secondi più tardi, senza un minimo di riconoscenza, la porta fu sbattuta in faccia a Michele.

 

Tornato nel proprio appartamento raccontò l’accaduto a Valentina.

La ragazza, dopo un primo momento, scoppiò a ridere.

«Certo te li sei scelti proprio bene i vicini… c’era per caso lo sconto sul prezzo per la presenza dei peggior condomini di sempre?»

E a Michele non rimase altro che unirsi alle risate.