Il Processo

  • Lisa 
tribunale da fuori chiuso per un processo

Un rumore di tacchi risuonò nell’androne del tribunale.

Nicola, in cima alle scale, sapeva già a chi appartenevano, ormai riconosceva la cadenza, sostenuta ma mai affrettata.

Prima ancora di riuscire a girarsi il profumo di lei, dolce ma non eccessivamente, lo avvolse.

«Pronta per la sconfitta?», le chiese girandosi appena con la testa.

«Pronto per il culo a strisce?»

Nicola rise, di gusto.

Era l’unica donna che non era riuscito a portarsi a letto, ed era anche l’unica che riusciva a tenergli testa e, questo suo atteggiamento, lo intrigava terribilmente. Ma non lo avrebbe mai ammesso.

«Bambina, ancora non hai capito con chi hai a che fare?»

Sabrina lo guardò, con astio. Poi un sorrisetto furbo le increspò le labbra.

«Oh no, credimi. Lo so bene. Ma questa volta non ci riuscirai… il tuo assistito è colpevole. E un colpevole conscio di ciò che ha fatto. E lo sai bene. Perché ti ostini a occuparti di questi casi?»

«Che è colpevole lo dici tu… e poi amo le sfide, dovresti saperlo» le disse, facendole l’occhiolino.

Sabrina arrossì per qualche istante.

«Facciamo così», le sussurrò lui, avvicinandosi «aggiungiamo del pepe a questa storia. Se vincerai tu, farò tutto quel che vuoi, ma se vincerò io uscirai con me e seppellirai, almeno per una sera, l’ascia di guerra.»

«Tutto ciò che voglio?»

«Tutto. Parola di lupetto.»

«Ok, accetto. Che vinca il migliore.»

Quando si strinsero la mano una scarica di elettricità colpì entrambi.

 

Qualche metro più avanti Marica non riusciva a stare ferma.

Avrebbe pagato oro per essere ovunque, meno che lì. Rivedere Gabriele, lo sapeva, le avrebbe fatto tornare in gola tutto ciò che aveva ingerito per colazione quella mattina.

Cercò Sabrina con lo sguardo, trovandola pochi metri più in là.

«Ehi Sabrina! Siamo qua!»

Quest’ultima si ridestò dai suoi pensieri su Nicola, che aveva appena varcato la soglia dell’aula.

«Buongiorno. Pronta per testimoniare?»

«No. Ma dammi ancora qualche secondo e sarò pronta… devo esserlo.»

L’amica l’abbracciò.

«Respira. Non ti dirò che sarà facile, perché non lo sarà. Ma devi essere forte per lei, per Virginia. Per farla pagare a quel farabutto.»

«Ok posso farcela. Per Virginia.»

L’aula del tribunale era gremita di persone. Per la maggior parte amici di Virginia.

Marica e Sabrina varcarono la soglia qualche minuto dopo.

Il vedere tutti lì, per sua sorella, per sostenere lei e la sua famiglia in questa battaglia, diede a Marica la carica necessaria ad affrontare il processo.

 

Giovanni aveva accompagnato Gabriele in aula. Ed era con soddisfazione che aveva notato il cambiamento nell’espressione e nell’umore del “carcerato”, che da spavaldo e sicuro si era fatto fremente e agitato.

La folla che si trovarono davanti, infatti, piena di amore per quella ragazza uccisa innocentemente, era riuscita a “toccare” anche lui, uomo tutto d’un pezzo.

Quella cittadina, a volte menefreghista e individualista, si era invece stretta, solidale, attorno alla famiglia di Virginia in un momento così fragile.

Ed era orgoglioso di farne parte.

 

L’orologio della piazza davanti al tribunale rintoccò 6 volte quando si aprirono le porte dell’aula.

Ne uscirono persone con diversi stati d’animo dipinti in volto.

Chi era felice, chi era soddisfatto, chi gongolava e chi, invece, si sentiva sconfitto su tutti i fronti ma camminava comunque a testa alta, conscio di aver fatto tutto il possibile.

Qualcuno, quella sera, avrebbe festeggiato.

E qualcun altro no.