Il Verdetto

  • Lisa 
tramonto su una cripta segno di morte

Il sole stava calando.

Anche quella giornata, bene o male, volgeva al termine.

Marica, nonostante fosse provata dal processo, aveva deciso di recarsi da sua sorella.

Le aveva portato un girasole. Scelta insolita, ma era il fiore preferito di Virginia.

Quando iniziò a parlare davanti a quella pietra fredda le lacrime che aveva trattenuto fino ad allora le inondarono le guance.

Avevano deciso di dedicarle un posto nella cripta di famiglia, nonostante del corpo non fosse rimasto niente.

«Ciao Virgy… ti starai chiedendo come mai continuo a venire qui nonostante sappia che non vi è nulla del tuo corpo. Beh, perché qui posso parlare con te senza nessuna intrusione dal mondo esterno. E ne ho proprio bisogno.»

Marica prese un bel respiro. Non era facile ancora da digerire.

«Il processo si è concluso oggi. Ci hai visto, no? C’erano proprio tutti a supportarci… mi sono commossa. A volte le persone ti stupiscono positivamente…»

Dei passi la ridestarono dalla sua “bolla” personale.

«Mi manchi.»

Una voce, appena dietro di lei, si aggiunse alla sua.

«Manca terribilmente anche a me… » disse l’uomo cingendole le spalle, «ogni singolo e maledetto attimo».

Marco, ex storico di Virginia, con il tempo era diventato suo amico.

E sapeva che, in questo momento difficile, non l’avrebbe abbandonata.

 

Quando fu il momento di tornare a casa, Marica volse lo sguardo al soffitto. Adorava quel lampadario.

Sussultò.

Lì, vide qualcosa di strano.

Vi era una busta attaccata al lato interno del lampadario quadrato.

Si accorse, dopo poco, che era indirizzata a lei.

Si accinse ad aprirla, con le mani visibilmente tremanti.

Riconobbe subito la scrittura di Virginia e sussultò.

 

Mia Cara Marica,

Se stai leggendo queste parole molto probabilmente non sono più lì con te.

Ho sbagliato.

Ho sbagliato a credere che una persona potesse cambiare grazie al mio amore.

Abbiamo passato momenti belli insieme, io e Gabriele, ma questi ultimi giorni sono un incubo continuo. Non ho mai un attimo di pace, sono sempre a guardarmi intorno, circospetta, con l’incubo di non potervi più riabbracciare e la speranza (perché sì, ancora spero nonostante tutto) che rinsavisca.

Vivi, Mary. Non farti inghiottire dal dolore.

E cerca di realizzare tutti i tuoi sogni. Io veglierò sempre su di te.

Ti voglio bene, sorellina.

Abbraccia anche mamma e papà.

E Marco.

La vostra Virgy.

 

Ps: tira fuori la mia scatola segreta (so che sai dove si trova). Troverai qualcosa che potrebbe servirti.

 

Una volta rientrata a casa Marica si recò nella camera della sorella.

Lì, dietro alla grata di ferro sotto la scrivania, trovò una busta con due registrazioni di qualche giorno precedente l’omicidio.

Forse non tutto era perduto…

 

Qualche quartiere più in là, Sabrina stava aspettando, ansiosa.

Nicola sarebbe passato a prenderla poco dopo.

Quando il campanello suonò e aprì la porta strabuzzò gli occhi.

E, finalmente, rise.

«Te non sei normale!»

Nicola la aspettava accanto ad un cavallo bianco, con un tulipano in mano. E meno male aveva messo i pantaloni lunghi!

«Ehi! Avevamo detto che avresti seppellito l’ascia di guerra, stasera!»

«Sì, infatti. Non fosse così saresti già stato “ferito”. Ricordati che hai vinto una battaglia, non la guerra.»

«Che siano fuoco e fiamme, allora» le risposte Nicola facendole un occhiolino.

«Venga mademoiselle, la carrozza la attende», le disse, porgendole la mano.

Un’ennesima scarica investì entrambi. Non potevano negare l’elettricità e l’attrazione reciproca.

«Grazie. Dove andiamo?»

«Verso l’infinito e oltre.»

Forse, si disse Sabrina, non sarebbe stata una così brutta serata.

 

La luna illuminava il cortile interno del carcere.

Non aveva fatto in tempo a tirare un sospiro di sollievo, Giovanni, che già un nuovo e inquietante individuo aveva occupato l’ultima cella.

Un pluriomicida ricercato da mesi.

Aveva un filo spinato tatuato sul volto, cosa che lo rendeva ancora più cattivo agli occhi degli altri.

La difesa sarebbe sicuramente stata assegnata all’avvocato Bertucci.

Questa volta sarebbe stato difficile tirarlo fuori… chissà cosa si sarebbe inventato quel farabutto.

Non rimaneva altro che attendere.

 

Gabriele volse lo sguardo al cielo.

Libero.

La giuria, alla fine, si era espressa in suo favore.

Il sonnambulismo lo scagionava da qualsiasi accusa.

Dopo aver ringraziato Nicola, e avergli fornito ciò che voleva, si incamminò verso casa.

Lungo il tragitto, però, si sentiva osservato.

Quando si girò non vide nessuno. Chissà, forse era solo una strana sensazione dovuta alla libertà ritrovata.

Entrò in casa con quel pensiero nella testa, ignaro che qualcuno, nascosto nella penombra, tramava vendetta.