Amore​ ​e​ ​Sconfitta​ ​dell’Infinita​ ​Bellezza

io sono Aurora e questo è il paesaggio della mia città

Sono Aurora.
Sono Aurora e principalmente odio.
Il mio nome è Aurora ma a volte so anche amare.
Danzo a tempo delle cose che mi infastidiscono e di quello che invidio.

Non mi importa essere simpatica, parlo poco e vivo tanto.

Tra le cose che amo ci sono i posti bui e rumorosi e l’odore di nuovo delle cose inutili.
Ho una collezione di conferme e solitudine. Se vuoi puoi salire a vederla. A volte sono schiacciata dalla folla, o forse me lo immagino solamente, o forse la folla c’è ma nessuno mi conosce e io sto consumandomi l’anima addosso a sconosciuti che non rivedrò mai più. La vedo diventare sottile, vedo la gente che ci si strofina sopra e la rovina, e la sporca e adesso è da buttare.
Ho le unghie perfette, le ho appena fatte, sono pronte per essere spezzate, insieme alle falangi, insieme ai polsi, le sbatto contro allo scintillio esagerato di queste persone non persone. Sono ombre di marmo e sbatterci contro fa male ma è inevitabile.

Una volta ho preso per mano una passante asiatica, le ho chiesto come si chiamava ma non ricordo la sua risposta, nelle orecchie mi rimbombava il rumore del mare quando metti la testa sotto, e allora una sconosciuta vale l’altra.
Le ho stretto forte la mano e lei si è fatta trascinare inerme, e allora le ho chiesto cosa amasse fare, ma il mare nelle orecchie era mosso e allora abbiamo fatto ciò che amo io.

Ci siamo sdraiate sull’asfalto caldo, come fosse un campo di fiori, e c’era profumo di gas di scarico e l’ombra dei palazzi ci accarezzava la faccia. Ci siamo cacciate forte in gola il sapore della periferia di lusso, e abbiamo raccolto catene spezzate di bici scomparse e ci abbiamo fatto delle coroncine so hippie and so 70’s style.

Il mare in tempesta nelle orecchie e delle catene intorno alla testa.
Legami a questo palo. Sono un mezzo di trasporto. 10 euro e posso essere il tuo viaggio più bello di sempre.
Dove sei amica dalle risposte mute e dissonanti?
Lei viene a slegarmi e dice che il viaggio lo facciamo insieme, batte la mano destra contro alla panchina sulla quale è seduta e mi immagino che mi chieda di farle compagnia, questo è quello che voglio capire perchè lei in realtà parla una lingua inesistente e non penso provenga da questo pianeta. Lei penso provenga dalla mia immaginazione, ma almeno oggi non continuo la mia collezione di solitudine.

Mi siedo nella zona di ombra del suo corpo e lei è fatta di parole che suonano come musica categoria Chill, mix da cinquantanove minuti e venticinque secondi, Alone, terzo risultato di YouTube, minuto diciannove.

Immagino mi stia raccontando delle terre in cui è nata, immagino che per arrivare in città abbia dovuto cavalcare creature finte e che si sia cibata di nuvole e che tutto questo è così assurdo da risultare confortante. Allora la abbraccio stretta e le chiedo disperatamente di essere portata via, le chiedo di mostrarmi da dove viene, di essere la mia guida per quel pomeriggio, e che dobbiamo essere indietro per l’ora di cena che le brave ragazze mangiano a casa.

E allora saltiamo sopra alle nostre pretese e le usiamo come missile velocissimo e scuotiamo in aria i nostri cappelli da cowboy rosa a paillettes. Siamo dall’altra parte del mondo, siamo dove il mondo finisce, siamo in uno di quei posti non posti.

Abbiamo in mano una di queste e due di quelle e si stanno sciogliendo nella scatola cranica e stanno esplodendo e forse fra poco ci saranno pezzi di noi sparpagliati in ogni dove. Lei è di una bellezza che non si deve azzardare nessuno a descrivere per non rovinarla con il freddo delle parole. Io sono così esile e fragile che me ne vado in giro imballata nel polistirolo.

Mi dice “welcome” in questo buio e penombra poco rassicurante, molto poco “well”. Allora io per la prima volta scopro di essermi totalmente innamorata di questo angelo a testa in giù, perchè finalmente riesco a capire da dove arriva quel suo sorriso di carta velina che ho paura di rompere.

Il cenno che fa con la mano è incerto e a me sembra che entrando stia raccogliendo da terra gli oggetti smarriti che non avrebbe voluto ritrovare mai, sta cercando di stiparli dentro ad una pochette made in Italy che solo i visitatori lontani possono permetterselo.

Mi guarda con gli occhi grandi e l’anima rimpicciolita, lavata con la temperatura sbagliata nella prima lavanderia disponibile alle tre del mattino. Mi guarda e io adesso non so più cosa fare perchè mi chiamo Aurora. Io sono Aurora e principalmente odio. Il mio nome è Aurora ma oggi so anche amare.

Mi catapulta in una stanza minuscola piena di tutto e schifosamente di tutti. Lo sconforto tipo lama congelata le si sta conficcando nella pancia e preme, preme e io adesso prendo un machete e vi apro tutti stronzi, vi portate addosso talmente tanto schifo da coprire le finestre e quì non entra sole e per quanto tempo tu non hai visto il sole e da quanto tempo tutte queste bambole rotte non vedono il sole?

E’ un deserto minuscolo pieno di bambole di gomma e hanno vistose crepe all’altezza del sorriso, il loro è stato rotto probabilmente per sempre, sembrano immobili in questo schifoso saltellare che continua dalla notte dei tempi. Non hanno via di fuga, rubate, nascoste e gettate quì per soddifare i luridi istinti della generazione dei padri sposati per obbligo. Ditemi quanto vi danno e vi pagherò il doppio per smetterla, ma ho le tasche piene solo di eco e di noia e il loro prezzo è direttamente proporzionale all’immensità della mia inettitudine.

Non si accorgono nemmeno della nostra presenza, stiamo fluttuando a mezz’aria e siamo immobili e siamo circondate da un vortice di nausea e sporco sotto alle unghie. Chiudo gli occhi forte, vorrei cavarmeli e dargli fuoco. Non voglio più stare quì, voglio dimenticarmi quello che ho visto, ma lei appiccica la sua bocca al mio orecchio sinistro e sembra mi stia implorando di aprire gli occhi e continuare ad amarla lo stesso.

Voglio avere cento braccia e cento pugni forti per distruggere questo mondo di merda e farvi risalire tutte a galla, voglio vedervi riemergere dall’acqua sirene e sdraiarvi in fila sul lembo di sabbia bagnato dal mare, voglio vedervi colorite e scottate rincorrere desideri e ritornare le creature incantevoli che siete nate per essere. Voglio la pace nel mondo. Voglio svegliarmi con accanto Venere addormentata. Voglio una tempesta forte di soldi. Voglio. Non posso. E soffro, e mi metterei a gridare e grido mentre le stringo la mano blu e la trascino via.

Non so quando e come sia successo ma siamo di nuovo sull’asfalto familiare, le lecco la guancia per ricordarmi che sapore ha la sconfitta dell’infinita bellezza prima di lasciare che scompaia dalla visuale del mio mondo formato finestra.