L’Accusa

  • Lisa 
le nuvole in cielo nascondono il sole e la luna sua sorella

A Marica, sorella minore di Virginia, non era mai piaciuto Gabriele: per questo cercava di frequentarlo il meno possibile.
Ancora non riusciva a capacitarsi come sua sorella riuscisse a tollerare quell’individuo dopo 10 anni di relazione in cui “gliene aveva combinate di tutti i colori”.

Tradimenti, sotterfugi, scenate in pubblico… addirittura una volta era “scappato” per 3 giorni senza far sapere niente a nessuno.

Spesso Marica si chiedeva cosa ci vedesse in lui. Ma non era mai riuscita a capirlo.

E, nonostante tutto, Virginia continuava ad amarlo.

Fino a quel fatidico giorno.

Quella mattina di qualche settimana prima le sarebbe rimasta in mente per molto tempo.

Marica fu la prima ad accorgersi della scomparsa di Virginia, e fu la prima a dare l’allarme.

Quando, una volta arrivata a casa di Gabriele, si accorse del trambusto e della spossatezza di lui, oltre la macchina di sua sorella e la borsa lasciata in soggiorno, il collegamento fu istantaneo.

Gabriele sembrava disorientato, spossato da qualcosa che, affermava, non si ricordava di aver fatto.

Non era convinta dell’innocenza di lui. Per nulla.

Conosceva il suo sonnambulismo grazie ai racconti della sorella maggiore.

Come quella volta che, le aveva raccontato Virginia, gli aveva chiesto – mentre dormiva – il numero del suo migliore amico per organizzargli una festa a sorpresa.

Però, adesso, non era convinta dell’innocenza e buona fede di lui.

Doveva scavare più a fondo.

Fu così che decise di ingaggiare Sabrina, la sua amica avvocato, nemica dichiarata di Nicola Bertucci, l’avvocato di Gabriele.

 

Sabrina Esposito era bella e brava, una di quelle persone che, a primo impatto, sembra abbiano avuto tutto dalla vita.

Ma non era andata propriamente così.

I genitori di lei, separati in casa, erano stati la “piaga” della sua adolescenza, un rapporto che, logoro, aveva finito per coinvolgere anche la figlia, spettatrice innocente di litigi e oggetti lanciati in aria.

Tanto che, più di una volta, per sbaglio, uno degli oggetti che sua madre era solita tirar dietro a suo padre, le aveva provocato ematomi e contusioni.

Il peggiore fu una scheggia di un vaso di porcellana in testa: 3 punti al pronto soccorso senza passare dal via.

Qui aveva fatto la conoscenza di Nicola, classico bullo “bello e dannato” che le aveva fatto accelerare il battito cardiaco.

Erano usciti un paio di volte fin quando Sabrina non aveva, per sbaglio, trovato nel cruscotto dell’auto di lui una piccola agendina.

Questa non serviva ad altro che per appuntarsi i voti per ogni ragazza conquistata, con espliciti pregi e difetti sotto le lenzuola.

Sabrina capì che voleva solo portarsela a letto, un’altra preda da annotare nel suo taccuino personale.

Decise così di fargliela pagare, in un modo o nell’altro.

E ci era riuscita alla grande, riuscendo a fargli campo bruciato intorno di fauna femminile, spifferando tutto nel raggio di 4 quartieri.

Da allora si erano dichiarati guerra, guerra che era continuata per tutti gli anni universitari fino all’aula di tribunale.

In qualche modo, però, questo loro odio reciproco li aveva portati a impegnarsi anima e corpo in quel che facevano, quando gli capitava di scontrarsi in aula.

 

Sabrina volse il suo sguardo verso le nuvole bianche in cielo, chiedendo come fosse possibile uccidere una persona.

Lei, animo nobile e candido, già si sentiva in colpa a uccidere gli insetti, figuriamoci un essere umano.

Venne distratta dall’entrata nel suo ufficio di Marica, che arrivò subito al nocciolo della questione: «Cosa ne pensi? Riusciremo a far rimanere Gabriele dietro le sbarre?».

«Ce la metterò tutta per riuscirci, puoi star sicura. Riesamineremo una per una le prove in nostro possesso, facendo capire alla giuria che sì, è sonnambulo, ma non lo era quando ha ammazzato tua sorella. Ci riusciremo.»

“Devo riuscirci” pensò Sabrina, “sarà una bella rivincita su Nicola… finalmente abbasserà quella cresta che si ritrova”.

Sorrise, Sabrina, mentre una scarica di adrenalina la attraversava dalla testa ai piedi.

“Che l’ennesima battaglia abbia inizio!”, si ritrovò a pensare.

 

L’inizio del processo era alle porte.