La Difesa

  • Lisa 
cielo grigio con neve sul tetto del carcere d'inverno

Qualcosa squarciò il silenzio tra le mura del carcere.

Giovanni non aveva dubbi riguardo la provenienza di quel suono demoniaco, la risata diabolica risultava inconfondibile: era l’inquilino dell’ultima cella.

Al suo capezzale, infatti, l’avvocato più spietato di Milano stava illustrando la sua arringa iniziale.

Tutto si sarebbe sciolto velocemente, così veloce come il corpo di Virginia, qualche mese prima, si era sciolto nell’acido muriatico nel quale era stata immersa.

La chiave di volta sarebbe stata una: il sonnambulismo.

L’ilarità di Gabriele era data da chi si trovava davanti: Nicola, il compagno di liceo che in prima superiore lo aveva pestato a sangue per averlo fissato qualche attimo in più dello stretto indispensabile, era diventato il peggior “figlio di puttana” della città.

Difficilmente perdeva una causa.

E così, ne era certo Gabriele, sarebbe stato anche quella volta.

 

Giovanni, con la scusa di sgranchirsi le gambe, si avvicinò alla cella incriminata, curioso di sapere cosa si sarebbe inventato quel diavolo di avvocato in quella tragica situazione.

I due, seduti spalla a spalla nella medesima posizione, sghignazzavano allegramente.

«Vedrai che risolveremo tutto alla velocità della luce. Nessuno oserà ribadire che sei stato tu. O almeno che eri cosciente di quel che facevi. Grazie al tuo sonnambulismo vinceremo la causa a mani basse.»

Mai, in 20 anni di lavoro, aveva incontrato qualcuno con una faccia da delinquente come quella dell’avvocato Nicola Bertucci.

Riusciva sempre a trovare il cavillo giusto, quel piccolo particolare che “ribaltava” le sorti di una causa.

Giovanni, uomo di legge, lo disprezzava e, in un certo senso, lo ammirava allo stesso tempo.

L’atteggiamento sicuro e spavaldo, la maschera di indifferenza e impassibilità, lo sguardo furbo di chi è sicuro di aver tutte le carte in regola per poter vincere.

Gabriele si trovava lì da qualche tempo, ormai.

Incriminato per esser stato trovato con le mani nel sacco, anche se spaesato e incredulo.

Reperito l’acido dal suo laboratorio chimico, infatti, ci aveva messo poco ad attuare il tutto.

Per scagionarsi avrebbe usato il suo disturbo.

Il sonnambulismo si era manifestato fin dalla tenera età, e mai l’aveva realmente abbandonato.

Quante volte sua madre gli aveva raccontato di averlo riaccompagnato a letto nel bel mezzo della notte!

Aveva fatto di tutto da sonnambulo: dallo sbucciare patate all’andare in bicicletta, dal mangiare cavolo agli orari più improbabili fino al ripulire casa. Gesti, a volte, mai neppure fatti da sveglio.

Tutti conoscevano il suo “segreto”, il suo disturbo, il suo punto debole.

Disturbo che, a 30 anni dalla sua prima manifestazione, gli avrebbe fatto compagnia per tutta la vita.

Adesso aveva solo da capire DOVE avrebbe trascorso il resto della sua vita, in carcere o libero.

Pochi, fortunatamente, conoscevano i fattori scatenanti: come il dormire in un posto sconosciuto, le ore di sonno arretrato o il buio completo di una stanza.

Riusciva ad accorgersi di aver avuto un episodio da due fattori: gli oggetti non più al loro posto e la stanchezza che lo attanagliava appena sveglio il mattino successivo.

Anche in carcere gli era capitato, la prima notte. E questo avrebbe fatto propendere la giuria in suo favore, forse. Una testimonianza in più della veridicità del suo disturbo.

 

«Allora siamo d’accordo, proseguiremo su questa linea per intraprendere poi una stoccata finale sul sonnambulismo. Senza ombra di dubbio vinceremo senza troppi spargimenti di sangue.»

Gabriele annuì, guardando fuori dalla cella.

Nevicava.

Neve che, candida, faceva da contrasto al suo animo nero pece.

Quella visione gli fece ricordare il primo weekend fuori con Virginia – un weekend magico, fatto di calore e passione mentre fuori tutto si tingeva di bianco – e un moto di nostalgia e malinconia si impossessò di lui.

La amava davvero.

Ma a volte l’amore, se non gestito nel migliore dei modi, può diventare ossessione. E per lui quello era diventata.

Avevano passato anni stupendi insieme.

Poi qualcosa, tra di loro, si era spezzato.

Gli ultimi mesi erano stati un incubo per entrambi. Non riusciva a fidarsi, e la gelosia lo aveva portato a seguirla per capire dove andava nel suo tempo libero, con chi si incontrava, quali amici maschi aveva… fino a quando non l’aveva vista con lui, Marco, il suo ex storico.

La sua possessione e gelosia l’aveva portato a cercare di rinchiuderla in una teca di vetro. Ma Virginia era uno spirito libero e si era ribellata.

Fin quando, quella sera maledetta, non l’aveva trovata vicino casa a piangere sulla spalla di Marco per la situazione insostenibile e non c’aveva visto più.

 

Gabriele si voltò verso Nicola.

«In onore dei vecchi tempi, caro mio, tirami fuori di qui e avrai una più che lauta ricompensa…»

I vecchi tempi andati, quando da bullizzato era diventato a sua volta bulletto nella “cricca” del Bertucci.

«Non preoccuparti minimamente… in cambio sai già cosa voglio e come fare per ottenerlo, no?»

«Certo, amico mio. Certo.»

 

A Giovanni, ancora in ascolto dei due, si accapponò la pelle.

Quelle parole non gli facevano presagire niente di buono…