Mi ha rigato la macchina

  • Lisa 
il vicino è mio nemico e mi ha rigato la macchina

Le palazzine svettavano come pavoni in mezzo a milioni di bianche pecore.

Il colore arancione riusciva a predominare tutto il resto; intorno soltanto casette residenziali di varie forme e colori che non superavano i due piani.

In quelle tre strutture, in piedi da oltre 20 anni, vivevano ben 28 famiglie, di diverse etnie, provenienza, ceto ed età.

Un misto di suoni, profumi, vocaboli e colori.

Michele si era trasferito al quarto piano della palazzina di sinistra. Era arrivato da poco, giusto qualche settimana, ma aveva già potuto constatare la particolarità di quella baraonda di persone.

Metodico e preciso in tutto ciò che faceva, era solito catalogare tutto in degli enormi fascicoli.

E con il passare dei giorni aveva iniziato a classificare gli inquilini dei vari appartamenti secondo uno schema preciso: dal più rompicoglioni al più calmo e benevolo.

Teneva proprio una lista, che aggiornava periodicamente, di tutte le persone che avevano lasciato un segno (positivo o negativo) nella sua vita.

Aveva già inquadrato, bene o male, i vari inquilini. Se non di tutte e tre, almeno della sua palazzina.

A volte, si rendeva conto, la prima impressione differiva da quella successiva data dall’approfondimento e dalla conoscenza reciproca.

Altre, invece, era proprio la sensazione giusta.

La prima settimana fu un continuo bussare alla sua porta, a qualsiasi ora, un avanti e indietro di persone e oggetti. Erano tutti curiosi del nuovo vicino, di cosa facesse nella vita, di come avesse disposto i mobili e del perché avesse preso in affitto una casa proprio lì.

Aveva potuto così constatare la particolarità di quelle persone.

Ma non aveva ancora visto niente.

Era un martedì pomeriggio quando qualcuno suonò il citofono del suo appartamento.

«Chi è?»

«Sono Pieroni, del terzo piano. Può scendere? È urgente.»

«Arrivo, un attimo.»

Quando mise piedi fuori dal portone Michele vide il vicino del terzo sul piede di guerra: di spalle mentre fumava nervosamente una sigaretta e picchiettava il piede destro.

«Buonasera, cosa è successo?», gli chiese benevolo Michele, sperando di sbagliarsi.

Alberto Pieroni, 54 anni, brizzolato, due figli, una moglie che non usciva mai di casa e un bassotto, viveva al terzo piano da quando quelle fatiscenti strutture erano state costruite. E non ci pensava minimamente a schiodarsi di lì.

«Glielo dico io, signor Arrighi. Lei ha rigato la mia macchina oggi all’ora di pranzo», affermò con sicurezza.

«Mi scusi?»

«Non è forse sua la panda rossa?» gli chiese, espirandogli il fumo in faccia.

«Couf couf… Sssssì… è mia» rispose tossendo Michele. Se c’era una cosa che non sopportava era proprio quella: chi gli fumava nel viso.

«Allora non ci sono dubbi. Mi ha rigato la fiancata della macchina oggi tra mezzogiorno e le una» lo accusò, lanciando il mozzicone, ormai finito, della sigaretta lontano da loro.

«Guardi, sono spiacente per la sua macchina… ma io non sono tornato a casa per pranzo.»

«Non me la bevo, c’è solo lei nel quartiere che possiede una macchina rossa. E quando sono sceso dopo pranzo per tornare a lavoro l’ho trovata rigata di rosso. Due più due fa cinque.»

«Veramente fa quattro…» sussurrò Michele.

«Cosa ha detto? Che sono un mentecatto?» iniziò ad urlare Alberto, rosso di rabbia. «Ma chi cazzo si crede di essere per trattarmi in questo modo? Mi basta fare una chiamata per farle passare un gran brutto quarto d’ora…»

«No, no, no. Senta… Capisco il suo nervosismo e la sua voglia di rivalsa, ma io per pranzo ero davvero a lavoro. Purtroppo è successo pure a me qualche settimana fa. Ho parcheggiato davanti al supermercato e quando son tornato mi avevano tamponato la macchina ed erano fuggiti. Ovviamente nessun bigliettino. Conosco il giramento di palle.»

Michele alzò le spalle e continuò.

«Purtroppo viviamo in un mondo di incivili che non vogliono assumersi le proprie responsabilità.»

Alberto lo guardò male. Era palese che non gli credeva. Si accese un’altra sigaretta.

«Se vuole può sentire il mio capo, le confermerà che sono rimasto in ufficio oggi» disse Michele allungandogli un biglietto da visita.

«Può starne certo che lo chiamo.»

«Ora, se vuole scusarmi, ho un appuntamento per l’ora di cena…»

Alberto non rispose e gli voltò le spalle.

“Mah”, pensò Michele, “poteva anche scusarsi e salutare, da catalogare subito sotto scorbutico, visionario, accusatore seriale e fumatore accanito”.

Michele tornò nel proprio appartamento, per farsi una doccia.

Qualche minuto più tardi, mentre recuperava le scarpe lasciate sul balcone vide dei movimenti intorno alla sua macchina.

«Ehi!», gridò. «Ehi tu!»

La figura alzò la testa, guardandosi intorno senza riuscire a vedere Michele. Era Pieroni.

Decise di scendere, ormai era pronto.

L’inquilino del terzo piano stava controllando centimetro per centimetro tutti gli urti della sua auto. Probabilmente sperando di trovare una corrispondenza con la propria. Assurdo.

All’improvviso Gilda, la vecchietta del primo piano, gli si avvicinò.

«Alberto che stai cercando?»

«La prova della sua colpevolezza», rispose Alberto alla vecchietta, senza essersi accorto della presenza di Michele, «sono sicuro sia stato lui».

Gilda si girò verso Michele.

«Ma a fare che? E lui chi? Sarà il caso tu torni in casa, Alberto. Stai dando spettacolo», gli disse, afferrandogli il braccio.

Alberto si guardò intorno: con il suo urlare aveva attirato la curiosità di molti vicini.

«Mi lasci signora Ravanelli», affermò infastidito. «Non ho più cinque anni.»

«Ah no? Te ne davo quattro a dir tanto.»

Alberto la guardò sbigottito, oltraggiato, mentre Michele se la rideva sotto i baffi.

«Mio nipote fa meno storie di te», continuò lei.

A quel punto fu una voce fuori campo a far finire il teatrino: sua moglie.

«Alberto hai smesso di inseguire gli alieni? Sbrigati e torna a casa che la pasta si fredda.»

E fu solo in quel momento che Michele tirò un sospiro di sollievo.

“Un punto a favore della signora Pieroni e 100 per la signora Ravanelli!” pensò.