La Maledizione del Rastrello

Che sia chiaro: non sono mai stata una persona cattiva, malfidente o vendicativa. Di base mi sono sempre fatto gli affari miei lasciando che fossero gli altri a scannarsi.

Io sono quel tipo di persona che mentre gli amici si stanno per picchiare tiene salda la birra in mano e fa solo qualche passo più in là, abbastanza per non essere colpito, non troppi per godere di una bella vista sullo spettacolo scimmiesco.

Chi ancora cerca l’anello di congiunzione non è mai stato in un locale pieno di diciottenni il sabato sera.

Abito praticamente da sempre in una corte di un paesino tipicamente del nord Italia, uno di quelli che in pochi anni è passato da campi-odore di cacca-bar centrale a molte case-odore di cacca-bar centrale. Come potrete sicuramente evincere da questa descrizione l’unico fattore di cambiamento è il numero di abitanti, la mentalità e le abitudini sono sempre le stesse. La mia famiglia si è trasferita qui quando io ero molto piccolo, mio nonno, ultimo reduce della coppia nonna-nonno, è morto lasciando in eredità la casa a mia madre che ha subito accolto il cambiamento pensando che fosse “molto chic” e “molto bio” trasferirsi in CAMPAGNA.

Che sia chiaro: qui di “campagna” non ci sta assolutamente nulla. Lei aveva negli occhi la prospettiva della sveglia alle cinque con raccolta di uova, nutrimento delle bestie e colazione sostanziosa. La realtà è un cortile di ghiaia con al centro un pozzo usato come fioriera e gli spazi dei pollai adibiti a parcheggi. Molto lontano dal sogno del famoso Mulino.

Casa nostra negli anni ha subito drastici cambiamenti in quanto, dato che l’aspettativa naturista di mia madre andò in fumo molto rapidamente, essa optò per la carriera da designer e con il passare del tempo riuscì a snaturare l’intera abitazione, esterno compreso. Il risultato è che sembra di abitare nella casetta di Stuart Little, ve la ricordate? Un’abitazione bassa e antica schiacciata in mezzo ad altissimi palazzi, ecco, così, ma a parti inverse. Casa nostra fa l’effetto di un’astronave appena atterrata in mezzo ad un complesso di granai.

Come vicini sulla destra abbiamo una giovane coppia di anziani, definiti così da me essendo una normale coppia di trentenni che convivono da poco e che sembrano Sandra e Raimondo ma noiosi, bravissime persone per carità, ma hanno lo spegnimento vitale programmato alle 21 tutte le sere ed evidentemente nemmeno un amico o una vita sociale in generale.

Sulla sinistra invece abita un’arzilla cinquantenne di quelle lampadate e che indossano completi grigi per andare al lavoro. Di lei sappiamo anche fin troppo, da marzo a settembre ha questa discutibile abitudine che consiste nel mettersi in topless davanti all’uscio di casa, dalle due alle quattro del pomeriggio, immobile mentre assume il colore dei toast bruciacchiati. Io questo concetto che lega l’abbronzatura alla gioventù e alla bellezza non lo capisco, a me sembra solo una carota, lasciata fuori dal frigo per quei sei o sette giorni, che diventa marroncina, molliccia e grinzosa. Non un bello spettacolo.

Ma finalmente arriviamo a lui, Fausto, il vecchio-molto vecchio che vive nella casa esattamente davanti alla nostra. Partendo dal nome che vi da l’idea di quanto quest’essere possa accostarsi perfettamente al prototipo di anziano rompicoglioni e arrivando all’abbigliamento: penso di avergli visto addosso non più di due o tre cambi diversi costituiti da camicie blu o rosse a quadretti molto piccoli, di quelle che probabilmente sono fuori produzione da quarant’anni (questo giustificherebbe il fatto che esse si stiano decomponendo addosso al suddetto anziano), giacche con le maniche troppo lunghe sui toni del marrone tipico delle cose sporche e i pantaloni che solo gli anziani riescono a trovare, quelli che non sono jeans, tuta o pantaloni eleganti, sono un ibrido di tutte queste cose e nessuna fatta bene.

Fausto penso giaccia qui da sempre e il cortile è probabile gli sia stato costruito intorno, alla faccia di tutti quelli che sostengono che le persone anziane conoscono i veri valori della fatica, del sacrificio e del lavoro, lui non fa assolutamente nulla tutto il giorno, salvo la domenica mattina, quando un’improvvisa voglia di vivere lo attanaglia, e, non potendo essere soddisfatta, decide che nessuno potrà continuare a condurre la propria esistenza tranquillamente, come?

Semplice.

Puntuale come un dannato orologio svizzero, Fausto, alle nove di ogni santissima domenica mattina, si dirige in un piccolo capanno comune contenente tutti gli attrezzi per i lavori di casa, rovista rumorosamente per almeno dieci o quindici minuti, e poi finalmente trova l’oggetto della dannazione: Il Rastrello.

Apparte che passo quei dieci o quindici minuti di rovistamento chiedendomi come sia possibile che Fausto non riesca a trovare il tanto bramato utensile dato che lo utilizza tutte le settimane e dato che nessuno oltre a lui ci mette le mani così di frequente in quel dannato capanno. Già in questo frangente, quindi, ne deduco che in realtà il rastrello è sempre lì, appoggiato sulla parete subito a sinistra della porta, ma che ormai l’anziano signore ha deliberatamente deciso che romperà le palle a tutti e non è intenzionato a farsi sfuggire una sola occasione per farlo.

Una volta impugnato il dannato oggetto si dirige LENTAMENTE verso il suo uscio (che ovviamente sta dalla parte opposta del cortile), lasciando che le punte del rastrello strascichino per bene sulla ghiaia per tutti i metri necessari ad arrivare davanti alla porta, e curandosi di non alzarlo di un solo millimetro, sia mai che questo gli comporti fatica o che possa, cosa ben più peggiore, compiere un atto di rispetto o educazione.

Una volta raggiunta la meta si ferma, esausto da tutta questa attività di disturbo della quiete, e si accende una sigaretta, appoggiato al rastrello che tiene saldo in segno di vittoria. Fausto non sta riposando davvero, egli infatti si sta solo godendo lo spettacolo di noi altri, poveri abitanti del cortile, che buttati giù dal letto controvoglia ci apprestiamo a rendere il risveglio accettabile alzando le serrande, mettendo la testa assonnata ed occhiaiata fuori dalle finestre e scrutando, speranzosi, il cielo alla ricerca magari di un po’ di azzurro o di sole che ci faccia ambire ad una domenica rilassante e calda.

Anche io, come tutti, mi affaccio di domenica e lo trovo lì, esattamente davanti a me, distante di qualche metro, ma non abbastanza per impedirmi di scorgere il suo sorrisetto che dice una sola cosa “ce l’ho fatta anche questa settimana a darti fastidio, non puoi dormire quando vuoi tu, qui comando io”.

Se pensate che Fausto sia soddisfatto nell’averci solo donato un risveglio da bestemmie a denti stretti siete degli illusi, egli infatti, finita la sigaretta, inizia il suo vero concerto: rastrella quei cinque metri di terreno davanti a casa con lo scopo di ricomporre la ghiaia che durante la settimana forma dei cumuli irregolari dati dal semplice transitarci sopra e raccoglie uno a uno tutti i mozziconi delle sue sigarette che, evidentemente, non sono così tossiche come asseriscono i pacchetti.

Questa attività, per una persona normale, impegnerebbe dai cinque ai dieci minuti massimo, ma per Lui no. L’anziano signore è uomo di precisione e perseveranza, per lui questo lavoro dura almeno un’ora.

Per quanto mi riguarda le ho provate davvero tutte, infatti il sabato sera quando rientro dalle varie serate con gli amici, mi diletto ad escogitare piccoli dispetti che possano, se non impedirgli di attuare questa pratica immonda, almeno rallentarne il processo, renderlo più difficile o, ultima grossa consolazione, infastidirlo anche solo un decimo di quanto faccia lui con il mondo.

Una sera nascosi il rastrello per bene in fondo al capanno, sotto un grosso cumulo di rete di fil di ferro (utilizzata dalla rinomata designer, mia madre, per costruire delle strane barricate intorno alle finestre sulle quali ha poi intrecciato delle lucine tipo quelle di Natale, sostenendo che questo avrebbe dato un tocco di classe e fiabesco a casa nostra…). Il risultato fu esattamente opposto a quello desiderato: pensavo infatti che non trovando l’oggetto del desiderio, l’anziano, avrebbe desistito.

Non avrei potuto sbagliarmi di più.

Il rovistamento durò almeno mezz’ora, e, oltre al dolce suono di oggetti metallici e pensanti che venivano scaraventati in tutte le direzioni, si sommò anche il soave sproloquio del signore che, oltre a disturbare noi poveri mortali scomodò l’intero calendario di Santi e anche qualche altra figura della quale ignoravo l’esistenza.

Qualche sabato dopo ebbi però l’illuminazione definitiva: avrei trafugato il prezioso oggetto e mi sarei goduto da dietro la tenda lo spettacolo immondo.

Quella fu la prima, e ultima, domenica in cui puntai la sveglia, nove meno cinque minuti e la mia postazione da spia era pronta: seggiolina bassa posizionata davanti alla finestra con le serrande leggermente alzate, pacchetto nuovo di biscotti al cioccolato e, ovviamente, cellulare pronto a farmi diventare una star di YouTube grazie all’atteso show. Lo vidi uscire di casa e già nella mia testa risuonava una musica epica che preannunciava la battaglia, arrivò tutto impaziente al capanno, accese la luce e si voltò subito sulla sinistra (maledetto! ma allora il tuo rovistare è davvero sempre stato inutile!), un’ombra di sgomento sulla faccia rugosa nell’apprendere che il fedele compagno non era al suo posto.

Gli vidi da lì la scintilla negli occhi che lo spinse a cercare subito in fondo al capanno, illuso!

“Il tuo amico giace sotto al mio letto e tu stamattina non lo troverai nemmeno facendo esplodere tutto”

In pochi minuti il blasfemo rosario era già partito, ovviamente in ordine di importanza interpellò prima l’altissimo, poi sua madre, qualche parente lontano e finalmente la sequela di Santi (sono abbastanza certo che, una volta terminati tutti nominò anche figure quali il Minotauro e Shiva, non lo facevo così acculturato!).

Tutti gli oggetti vennero messi alla porta, stava rimescolando l’intero deposito, lanciando fuori qualsiasi cosa fino a che non ottenne un cumulo alto esattamente come la porta. Ne venne fuori distrutto, rosso, sudato, con la Rabbia in persona accovacciata sulla spalla, ma ce l’avevo fatta. Egli stava rincasando strascicando i piedi, in segno di sconfitta. Finalmente aveva capito chi davvero comandava.

Erano già le dieci meno un quarto e io, tronfio mi rimisi sotto le coperte, mi sporsi a guardare sotto al letto e accarezzai il tanto bramato trofeo rumoroso e molesto, caddi quindi in un sonno trionfante.

Venni svegliato dopo solo cinque minuti.

Il rumore inconfondibile di ghiaia contro al metallo.

Controllai sotto al letto ma Lui, il rastrello, era lì, immobile e silenzioso.

Forse l’abitudine mi stava dando le allucinazioni.

Decisi di alzarmi, aprire la finestra e controllare.

In fondo al cortile Fausto, con un rastrello verde nuovo luccicante fra le mani.

Il dannato aveva la scorta.

Al rumore della mia finestra che si apriva si fermò, alzò letamente la testa e con un piccolo cenno alzò l’arma di distruzione della tranquillità, fece un sorriso e con il solo uso degli occhi mi disse: “non hai idea di quanti io ne abbia in casa di questi.”