L’aereo

  • Lisa 
viaggio in aereo con vista cielo e nuvole

2012

Nella mano stringevo un biglietto in maniera spasmodica per un viaggio di sola andata.

Accanto a me la valigia verde, grande come un armadio, mi seguiva docile.

Il momento tanto atteso finalmente era arrivato.

Un misto di adrenalina, ansia e preoccupazione non mi aveva fatto dormire quella notte. Ma è normale, quando decidi di dare una svolta alla tua vita.

 

È difficile lasciarsi il proprio paese alle spalle e guardare avanti in una nuova realtà, ma a volte è necessario.

Ero certa che quell’esperienza mi avrebbe dato molto, fatto crescere, maturare, “reagire”, in qualche modo.

Con la consapevolezza, però, di avere un posto natio dove poter tornare nel momento del bisogno. Un luogo che mi portavo dietro qualsiasi cosa mi sarebbe accaduta, nel bene e nel male. Un paese dove avrei sempre trovato un volto amico e i miei cari, che mi avrebbero sostenuto anche a distanza, qualsiasi scelta avrei fatto nella vita.

A Londra non conoscevo nessuno. Ma erano due i vantaggi: avrei almeno imparato l’inglese e mi sarei misurata con me stessa, con i miei limiti, le mie paure, le mie risorse, la mia forza di volontà.

Non sarebbe stato facile. Nessuno lo credeva, tanto meno io. Ma era un’opportunità che non potevo lasciarmi sfuggire dalle mani.

Esiste un tempo per tutto.

Quello era il tempo delle scelte, il tempo del cambiamento, il tempo dell’emancipazione. Il mio tempo.

Sarei tornata, ma chissà quando.

 

La prima difficoltà che mi apprestai a superare era il terrore degli aerei.

Non ne avevo sempre sofferto, fortunatamente. Ma da circa quattro anni, da quando era morto nonno improvvisamente, molte cose erano cambiate tra le quali anche la paura dell’aereo.

Nei viaggi che avevo fatto, dopo la sua morte, mai avevo preso l’aereo da sola. La compagnia di un volto amico, qualcuno che, tra una battuta e un discorso serio, mi facesse dimenticare i metri che ci distanziavano dalla terraferma era stata preziosa in quei quattro anni.

Di smettere di viaggiare, non se ne parlava proprio. Valutavo sempre l’opzione via terra, ma per raggiungere alcune mete ci avrei messo davvero troppo, quando invece poche ore d’aereo sarebbero state sinonimo di comodità e velocità.

Ma questa volta sarebbe stato diverso.

Nessuno mi avrebbe accompagnato, era un’avventura che dovevo affrontare da sola, un viaggio di sola andata.

Mi guardai intorno, mia madre se ne stava lì, con gli occhi lucidi, a guardarmi con un mezzo sorriso tra le labbra.

«Mamma, non sto andando in guerra. Stai tranquilla!»

«Lo so, ma chissà quando ti rivedo…» disse, sull’orlo del pianto.

«C’è poco più di un’ora di viaggio mamma… puoi venire quando vuoi.»

«Giusto giusto… aspetta che guardo se c’è un volo preso bene», disse prendendo il cellulare e aprendo internet.

Alzai gli occhi al cielo. Questa era mamma, mille applicazioni riguardanti meteo, viaggi, le più disparate compagnie aeree, cammini e mappe per la bicicletta.

Era una delle caratteristiche che amavo di più dei miei genitori: non li fermavi nemmeno a legarli.

E, come ripetevo spesso a mia madre, secondo me aveva sbagliato lavoro.

Doveva fare l’organizzatrice di viaggi o aprire un’agenzia viaggi. Riusciva a trovare offerte super vantaggiose per qualsiasi meta.

Come facesse rimaneva per me e mia sorella sempre un mistero.

Mi girai verso quest’ultima.

«Serena?»

«Dimmi.»

La abbracciai.

«Tienili d’occhio», le sussurrai all’orecchio, «adesso ci sei rimasta solo tu a fargli da genitore».

Spesso ci divertivamo a dire a giro che i veri genitori eravamo noi due e non loro, rammentando quella volta in cui ci eravamo svegliate il lunedì mattina senza trovarli nel loro letto, non tornati dall’arrampicata del giorno precedente.

Fortunatamente, dopo esserci presi un bello spavento e aver pensato al peggio visto i telefoni irraggiungibili, ci avevano avvertiti che erano rimasti dentro una gola fermi, senza linea per avvertire nessuno, a causa di una signora terrorizzata dall’andare avanti nonostante tornare indietro fosse impossibile.

Serena sorrise, «Guarda che quella te la ritrovi tra i piedi tra qualche giorno…», mi disse, indicando con un cenno la mamma.

«… Serena te vieni? 29, 30 e 31 ottobre.»

«Appunto, che ti dicevo?» mi chiese mia sorella, facendomi l’occhiolino.

«Mamma, dammi il tempo di sistemarmi un attimo!»

«Ok… settimana dopo?»

«Mamma!», esclamammo insieme io e Serena, sorridendo.

«Va bene, va bene, aspettiamo qualche giorno.»

 

Guardai l’orologio.

Dovevo passare oltre i controlli, non avevo più molto tempo. Il battito accelerò nella mia cassa toracica.

«Allora a presto, famiglia. Date un bacio a papà da parte mia.»

Dopo l’ennesimo abbraccio e qualche raccomandazione mi incamminai verso i controlli.

Sapevo che sarebbe stato un viaggio importante, sapevo che mi avrebbe cambiato in un modo o nell’altro.

Ma sapevo anche che, qualunque cosa fosse accaduta, qualsiasi problema si sarebbe presentato sulla mia strada, avevo alle spalle delle rocce che mai e poi mai mi avrebbero abbandonato.

E con loro sempre con me, con la forza che riuscivano a trasmettermi, niente sarebbe stato insormontabile.

Nemmeno le mie paure sarebbero riuscite a sconfiggermi.

“A noi due”, pensai, “vediamo se vincerò io, scatola di latta!”.

E mi incamminai verso il gate con un largo sorriso sulle labbra.