L’Eco del Visitatore

Mi sono svegliato per ogni singolo giorno di questa prima settimana di esperimento in una città che in realtà non ho idea di come sia.

La sveglia è stata impostata automaticamente dalla receptionist, alla quale ho tentato di far capire che essere tirato giù dal ‘letto’ alle 8:30 del mattino quando non ho nulla da fare e nessuno da vedere è quantomeno snervante. Lei mi ha risposto inviandomi un PDF preimpostato degli alloggi dove vengono illustrate le attività che è possibile fare nelle diverse fasce orarie per noi visitatori “essendo consapevoli che la permanenza a Maggot prevede ritmi di vita molto diversi rispetto ai paesi dai quali provenite” (come trovo scritto in fondo all’allegato che mi viene inoltrato dopo le mie lamentele assonnate).

Si tratta del classico allarme fatto di ripetuti e acuti BIP che è possibile spegnere solo alzandosi in piedi e comunicando alla reception, tramite l’interfono incastrato nella parete di fronte al divano, ciò di cui necessiti.

Lunedì mi è stato molto difficile essere scortese, quindi dopo il primo momento di smarrimento ho ordinato la colazione e un giornale. Non ho MAI letto un giornale a colazione nella mia intera vita, ma mi sentivo come in vacanza e quindi ho pensato che cimentarmi in nuove abitudini, anche piuttosto stimolanti, potesse farmi bene. Assomiglia molto a quando sei al mare e ti concedi una corsetta in spiaggia al mattino, quando mai durante il resto dell’anno fai jogging nel tuo giorno di riposo e per di più alle nove?!

Tramite un sistema di piccoli ascensori, simile a quello che si usava già nelle antiche ville nobili per trasportare il cibo dalle cucine ai piani alti, ma più tecnologico, la mia colazione è approdata in cucina, emettendo un suono simile al TING del tostapane dei film.
Ci ho messo almeno 15 minuti per capire:
da dove arrivasse il suono
come si aprisse questo dannato sportello
da dove è arrivata la mia colazione?! (segue ispezione manuale dell’interno del cunicolo manco stessi cercando il varco per Narnia)
Dopo diverso tempo passato così con le braccia infilate fino ai gomiti e la testa dentro questo trasportacose ho deciso di avere fame e che marcirò nella mia ignoranza almeno per qualche altra ora.

Dal mio sacchetto di carta ho estratto la colazione, tutta imprigionata in scatole di cartone su misura per ogni alimento, come nel migliore dei fast-food, e un giornale che sembrava la caricatura di una vera rivista. Partendo dal titolo “L’eco del Visitatore” e proseguendo con degli articoli suddivisi principalmente in tre categorie:
Informazioni su come utilizzare le tecnologie a nostra disposizione negli alloggi, con tanto di recensioni dei precedenti visitatori e liste interminabili di servizi offerti: tutti i piatti che è possibile ordinare, un elenco improponibile di oggetti e vestiti che ti verranno recapitati in meno di 12 ore e il funzionamento dei pochi oggetti che troviamo nell’appartamento (compreso il mini ascensore-varco-per-Narnia)
Le ultime tendenze a Maggot: dall’abbigliamento ai luoghi PIU’ IN della città (luoghi virtuali, si intende!)
E poi la mia categoria preferita, una grottesca rassegna dei fatti che succedono agli alloggi direttamente narrati dai visitatori tramite interviste che sfociano nell’assurdo, arrivando a porre domande molto personali alle quali, non capisco per quale motivo, tutti rispondono senza traccia di pudore alcuno.
Dopo lo sgomento nel leggere opinioni e trascorsi davvero troppo personali di un tizio che posso vedere solo nella foto accanto all’intervista (o sarebbe meglio, terzo grado senza reato), ho iniziato a provare una strana soddisfazione divorandomi così tutte e cinque le interviste presenti nel buffo gazzettino.

Solo una volta terminato di leggere ho alzato gli occhi verso l’interfono che segnava mezzogiorno passato, realizzando di aver trascorso le ultime tre ore e mezza sprofondato in un (comodissimo e costosissimo) divano a farmi gli affari di sconosciuti che forse abitano dietro la porta accanto alla mia, o forse dall’altro lato dell’edificio, e che comunque ho la sensazione che non vedrò mai di persona. Non ho idea di come potrei reagire incontrando di presenza il signore con i mega baffi che mi sta fissando dal giornale, ed essere consapevole di conoscere aspetti così intimi della sua vita pur non sapendo nemmeno il suono della sua voce.

Contro ogni mia aspettativa e volontà iniziale mi ritrovo ad ordinare “L’eco del Visitatore” ogni mattina di questa prima settimana a Maggot, non solo, vi confesso che venerdì, intento a leggere aggiornamenti sulla vita di una ragazza dai capelli biondi a caschetto, mi sono commosso apprendendo che quest’ultima sarebbe partita e avrebbe lasciato gli alloggi a breve, essendo lei arrivata al termine delle sua permanenza. Non ho idea di chi lei sia, ma la sento come parte di una strana famiglia nel quale tutti si conoscono ma non si sono mai incontrati, una famiglia sparpagliata in una minuscola galassia, lontanissimi ma così dannatamente appiccicati.

Oggi è una settimana che sono a Maggot, negli alloggi centrali dedicati ai visitatori, e alle 9:30, dopo aver consumato la mia colazione relegata nelle scatolette di cartone, e a metà circa della mia lettura quotidiana de “L’eco del Visitatore” ho avuto il mio primo incontro faccia a faccia con una persona. Ha suonato al mio campanello un uomo anonimo, dai capelli scuri e un viso che potresti scordare da un momento all’altro, si è presentato, ma a causa di Maggot ho scordato quale fosse il suo nome. Mi ha detto di essere uno dei giornalisti che scrive per “L’eco del Visitatore” e io sono la sua nuova star.

Vi confesso che un pochino mi sono emozionato sentendo le sue parole, non immaginavo che avere uno spazio su una rivista ben fatta e popolare fosse così facile.
“Per oggi mi limiterò ad osservare le tue abitudini”
“Le mie abitudini? Ti assicuro che non sono così interessanti, vorrei poterti dare una storia avvincente ma purtroppo qui non c’è molto da fare”
“Come non c’è niente da fare?!” ha sul viso un’espressione davvero stupita.
“Sì, beh, passo l’intera giornata a leggere la vostra rivista e a ordinare cibo alla reception”
“Vuoi dirmi che non hai ancora provato nessuno dei servizi degli alloggi?”
“Veramente no, non saprei nemmeno da dove iniziare”

Con uno di quei sorrisi riservati di solito ai bimbi quando pongono una domanda dalla risposta ovvia, l’uomo chiede:
“Dove tieni la copia dell’Eco di oggi?”
Mi alzo, la recupero dal ripiano dove giace inutilizzato il microonde, e gliela porgo.
Lui la sfoglia con l‘aria di chi sa esattamente cosa cercare e me lo restituisce aperto su una delle pagine centrali:
“Ecco, io fossi in te inizierei con il procurarmi una bella macchina fotografica, scegli tu il modello che più ti piace: a pellicola, digitale, ad alta definizione, d’epoca…”
“Una macchina fotografica?!” ribatto alzando l’angolo destro della bocca in un mezzo sorrisetto ironico “e per fotografarci cosa?!” noto che nel mio tono si è fatta largo una sorta di esasperazione che pensavo fosse svanita da alcuni giorni ormai.
Sprofondiamo così in un silenzio imbarazzante e vagamente teso, la mia incazzatura comunque sta aumentando e non capisco perchè ma non riesco a controllarla:
“Senti, forse non sono la persona più adatta, cercati qualcun altro, magari qualcuno con una vita più movimentata” dico mentre mi alzo e mi appresto ad aprire la porta.
“Nessun problema, se oggi non sei in vena ne riparliamo domani” ha il sorriso tirato e questo mi da sui nervi. Si incammina da solo verso l’uscita “pensaci per quella macchina fotografica!” aggiunge tirando sempre di più il sorriso e scomparendo nel corridoio senza chiudere la porta (maledettissima abitudine degli abitanti di questa dannata città!).

Sbatto la porta e mi lancio letteralmente sul mio divano morbido, che poi alla fine è la cosa più simile ad un abbraccio in questa assurda quotidianità.
Rimango con la faccia sprofondata in mezzo ai cuscini per quasi mezz’ora e a tratti mi appisolo anche, poi mi trascino fino al bordo del divano, con i braccio sinistro a penzoloni e butto la testa verso il basso fissando il pavimento. Per terra giace la rivista mezza aperta, caduta malamente dalle mie gambe quando cacciando l’uomo poco fa mi sono alzato di scatto. La fisso e resto immobile, nella testa la proposta di procurarmi una macchina fotografica mi sembra di una stupidità inaudita, quel tipo di stupidità che da sui nervi.

Ordino il pranzo come al solito, dal menù del giorno, oggi non c’è assolutamente nulla che mi vada e alla fine ripiego semplicemente su una banalissima pizza. La pietanza arriva in pochi minuti e mi accascio a mangiarla seduto per terra, ad angolo retto con il muro (odio mangiare tutto storto sprofondando in mezzo ai cuscini dell’unico componente d’arredo presente in questo appartamento-stanza).

Per tutto il pranzo la rivista, che ho lasciato giacere inviolata sul pavimento, mi fissa con aria di sfida e io resisto a suon di bocconi di pizza. La verità è che la fisso perchè è l’unico oggetto che mi da un minimo di soddisfazione in questa permanenza incredibilmente noiosa.

Rimetto il cartone del cibo nel trasportacose e avviso la reception che possono ritirarlo – ho scoperto questo servizio dopo aver passato due interi giorni a chiedermi dove mi sarei messo tutta quella spazzatura, vi confesso che avevo anche iniziato a costruirci un modellino di aeroplano super storto. Quel dannato gazzettino in centro alla stanza principale si fa sempre più incombente e alle quattro in punto interrompo questo valzer immaginario fra me e le maledette pagine raccogliendole da terra. Cerco di continuare con la mia lettura a proposito di questa donna di mezza età che ha perso la verginità su un furgone hippy, ma in testa ho solo l’immagine di una macchina fotografica nelle mie mani, la voglia di imparare ad usarla, quanto tempo potrebbe tenermi occupato…

Nemmeno mezz’ora dopo l’aggeggio è nelle mie grinfie, la scarto come un pacco natalizio, e mi metto immediatamente a giocherellarci, ignoro i libretti delle istruzioni, come ho sempre fatto e inizio a vagare per casa entusiasta di poter fotografare tutto.

Tutto.

Ma tutto cosa?

E’ uno di quei modelli che ti sputano immediatamente fuori la pellicola stampata, inizio quindi a fotografarmi i piedi, poi le mani, poi faccio uno zoom strettissimo sulle mie iridi, per potermi ricordare di che colore sono – ammetto che l’assenza di specchi in questo alloggio è diventata più pesante di quello che pensavo.
Alla fine l’uomo di stamattina aveva ragione, per la prima volta da quando sono qui arrivo all’ora di cena senza aver provato le pesantezza della noia silente, vorrei trovare un modo per farglielo sapere, ma ho comunque l’impressione che domani sarà di nuovo attaccato al mio campanello nonostante oggi l’abbia cacciato.