Memorie di un’eternità

  • Leo 
cassetta della posta rossa con murales di lettere

Quando vieni trattato da malato è difficile sentirsi sano. Mi sentii di nuovo un reietto nel mondo normale. Tra le pareti scrostate di un ospedale, il mio cuore subì un altro atroce colpo. Le domande, le domande furono coltelli piantati nei reni, le risposte furono flebili sussurri di chi è a disagio. Di nuovo temetti che avrei visto l’abisso, di nuovo la vergogna, di nuovo il silenzio. Difficile ribellarsi quando i propri carnefici sono in realtà coloro i quali mi avrebbero portato alla salvezza.
Mese dopo mese, giorno dopo giorno, minuto dopo minuto, il tempo non scorreva più.
Il tempo fu la bestia nera che dovetti affrontare. L’ansia. La paura. Fremere per un verdetto, non sentirlo mai avvicinarsi. Il tempo che ti tiene ammanettato ad uno psichiatra, pendendo dalle sue labbra e lui dalle tue. Il tempo che non scorre se non quando non vorresti. Il tempo che si dilata fino a esasperare l’anima. Il tempo che rischiò troppe volte di farmi mollare, la forza che mi permise di resistere.

<<Caro psicologo,
cosa cazzo sta facendo? Non vede che soffre, non vede che piange, non vede che trema? Svegliatevi! Gli state portando via un pezzo della sua vita! Guardatelo, guardatelo bene: nei suoi occhi c’è solo la disperazione di chi non sa più aspettare. Io l’ho cresciuto, questo ragazzo, io l’ho sorretto, io l’ho spronato e voi, voi che dovreste aiutarlo, voi lo uccidete come un veleno! Aspettiamo con ansia il verdetto finale. Aspettiamo che ci diciate quello che abbiamo bisogno di sentire.>>

Vacillai, piansi, urlai. Sentivo la morsa delle ore della mia vita, bruciate, che mai sarebbero tornate indietro. Sentivo la desolazione, sentivo la sconfitta. Ogni mese aspettavo il mese dopo, poi quello dopo ancora, poi l’estate che finisse.
Poi l’attesa che finisse.
Un anno sembrò infinito ma non fu così lungo, dopotutto. Un anno che mi aveva forgiato a forza di martellate sul metallo bollente, un anno che ancora mi aveva fatto crudelmente crescere.
Un anno, un anno e mezzo, poi due.
Dai test dei colori si passò ai questionari, poi ai colloqui individuali, poi mi cacciarono in un gruppo di sostegno e infine gli esami medici. Sballottato da una parte e dall’altra, rimbalzato tra infermieri e dottori, io trovai la mia strada. Ormai ci ero dentro, dentro fino al collo; avevo scalato la montagna, ero in cima al mondo.
Io ce la potevo fare. Ce la dovevo fare.
E anche i mesi infiniti passavano, e anche i drammi soffocati nel cuscino, lentamente, lì morivano. Io sapevo che il dolore, dopo tutto, serviva solo per testare la mia volontà. Fortunatamente ne ho sempre avuta tanta, anche troppa.
Più insopportabile diventava l’attesa, più mi impegnavo per renderla vivibile. Prima gli amici, poi i parenti, poi chiunque doveva portare un po’ del mio peso sulle proprie spalle. Centellinato in minuscole dosi, il dolore non creava neanche più fastidio. Ci convivi, lo accetti, lo rendi il tuo punto di forza. Diventai me stesso con fatica, diventai qualcun altro agli occhi dei molti, che si sforzarono per accettarlo, ma fui comunque un qualcun altro che soddisfaceva me e che non turbava loro.

<<Caro psicologo,
cercherò di essere più cortese, ma sono passati due anni ormai. Lei ha idea di quante cose succedano in due anni? Due fottuti anni. E voi non ci pensate al benessere mentale? E voi non ci pensate all’impellente desiderio di essere felici? Non ci pensate mai a cosa voglia dire? Non sapete cosa sia l’ansia? Non sapete cosa sia la vergogna? Il disprezzo? Ma voi ne capite davvero qualcosa? Voi siete lì per farlo disperare, forse? Siete lì per fargli venire i vuoti allo stomaco? Dovete tenerlo sulle spine ancora a lungo? Quanto bisogna aspettare ancora, eh? Volete tirarci matti, ci avete fatto impazzire! Voi, voi non avete diritto! A voi non cambia nulla un sì oppure un no, a voi non cambia nulla un mese prima o un mese dopo, per voi un altro appuntamento è solo l’ennesima chiacchierata di un’ora con uno dei tanti pazienti. Per lui, per noi, un altro colloquio è solamente un fallimento. Quanto sangue ancora dobbiamo sputare per dimostrare che il ragazzo sa quello che vuole? È cresciuto negli anni! Ci ha pensato! Lo sa! Lo sa molto bene! E lei, caro psicologo, lei invece non ne sa proprio nulla.>>

Per la prima volta, invece, fu il tempo a zittire la rabbia nella testa. Fu il tempo a placare l’incandescente furore che mi animava. Fu proprio il tempo il mio maestro di vita, quella volta. Passata la tempesta capii che fu il tempo, che io chiamavo sprecato, che in realtà mi ha sempre tenuto con i piedi per terra. Fu lui che, subdolamente, mi portò di nuovo a scavare fino al fondo nella mia anima per cercarmi e riscoprirmi nuovamente.
Mi avevano detto che avrei dovuto essere forte, e forte fui.
Loro sanno, sanno meglio di me. Loro provocano, istigano, lo fanno per noi. Lo hanno fatto per me. Per il mio bene, perché sanno che due anni sembrano infiniti, ma non sono così lunghi, dopotutto. Due anni che mi hanno forgiato a forza di lacrime sulla pelle stanca. Ma loro lo sanno e non lo fanno per abbattere ma per costruire, lo fanno per renderci invincibili.

<<Caro psicologo,
mi scuso per le mie parole oltraggiose. Mi scuso per la sfiducia, per l’arroganza, per l’odio che tutti i giorni dovete subire. Mi scuso per non aver creduto nella medicina e nella sua persona, mi scuso perché sono passati due anni che sono stati essenziali. La ringrazio di cuore perché senza di lei non ci saremmo stati noi.>>

 

Il tempo alla fine mi rese cari anche i miei peggiori nemici che, sotto le vesti di inquisitori, si rivelarono umani. Li rese un punto di riferimento, membri di una famiglia bislacca che ha superato, insieme, tante brutture. Il tempo fu come loro: sembrò a lungo uno scoglio da sormontare ma fu in realtà un amico, solamente un po’ arduo da comprendere.
Nella mia testa tante volte ho desiderato urlare la mia frustrazione, il mio odio, la mia impazienza,  invece inventai soltanto delle lettere. Lettere che mai ebbi il coraggio di scrivere, lettere che scrissi solo per essere custodite come ricordo.