Così come non sono Io

  • Leo 
castello che si staglia su un cielo celeste con le nuvole e ti fa sentire piccolo

Mi alzo, a fatica, sento i palmi delle mani bruciare. Li guardo. L’unica cosa che vedo è l’asfalto sul quale poggio. Io non esisto. Sono solo linee che mi definiscono appena, ma ho scoperto di non essere bianco. Lancio un’occhiata al quadernino dal quale ne venivo: le sue pagine sono bianche, non io. Io prendo tutti i colori che mi circondano, tutte le sfumature, tutte le enuances. Figo! Alzo lo sguardo e… eccolo: imponente, maestoso, perfetto! Si erge davanti a me un castello enorme. Mi guardo attorno. Proprio non c’entra nulla con la metropoli che gli è stata costruita attorno. Questo lo rende ancora più affascinante. Mi ritrovo a bocca spalancata davanti a quella costruzione che mi fa sentire così piccolo.

Che bello il mondo. Sono entusiasta, il mio papà prima o poi mi costruirà una casa tutta mia, quasi grande come quella, me lo sento! E accidenti, tutto è così meravigliosamente definito, colorato alla perfezione! Mi avvicino, solo per toccare. È dura la pietra, molto più dura di un foglio di carta. Questa sì che deve fare male. Sorrido, senza riuscire a credere di essere lì, in una città vera, tutta inventata e costruita dal mio papà. E il cielo, il cielo è così azzurro, così intenso! Il sole è stupendo, resto a guardarlo, i suoi raggi colpiscono le mie pupille vuote e ci passano oltre. Che strano avere caldo. Non avevo mai avuto caldo.

Butto un occhio fuori dalla pagina, sbircio che il mio papà stia bene. Mi rendo conto di quando i colori della mia città siano più belli della sua. È proprio un mondo meraviglioso qui.

Inizio a camminare per la strada in cui sono -non so esattamente dove- e mi guardo attorno, prima a destra, poi a sinistra, poi mi volto: non voglio perdermi nulla di questa bellezza. Le case, i negozi, le vetrine..sono così trasparenti, sembrano non esistere. Sembrano come me, solo spazi vuoti. Mi giro e..chi sei? Gli sorrido. È alto, molto alto, capelli scuri, occhi chiari, sguardo corrucciato. Mi squadra più e più volte, insospettito. Devi essere un mio fratello! Lo guardo, sorridente, non so bene cosa fare. Vorrei abbracciarlo, stringerlo forte, presentarmi! Ma… mi rendo conto di non riuscire a parlare. Lui non mi può sentire.

<<E tu da dove diavolo sbuchi?>>. Sussulto. Una nuvola bianca gli appare al fianco della testa, arretro. Cos’era? Mi ha fatto paura, non ne avevo mai vista una. Così fulminea nell’arrivare, così tagliente. Mio fratello si piega appena, mi guarda negli occhi. Io guardo i suoi. Sono celesti, chiari come il cielo, ha un riflesso bianco nell’occhio, bellissimo. Le sue pupille sono nere, profonde, mi fissano. E le sue ciglia, spesse e nere, così come un piccolo puntino che ha sopra un labbro.

Bellissimo.

Sorrido ancora, inconsapevolmente. Vorrei tanto essere come te, sai? Ha una camicia addosso, bianca come la pagina su cui si muove. Ha mille pieghe, qua e là, piccole sfumature di colori diversi, ha i bottoni, tanti bottoni, e una collanina che gli pende dal collo. Brilla alla luce del sole. Mi trovo di nuovo a guardarlo negli occhi, ma il suo sguardo è cambiato. È arrabbiato, mi guarda male, fa una smorfia con la bocca.

<<Non dovresti essere qua, moccioso. Tu sei solo una bozza, questo non è il tuo posto!>>. Lo guardo, intimorito.

No, non è il mio mondo ma, gli sorrido, presto lo sarà! Te lo prometto, presto sarò anche io qua con voi! Anche io avrò una camicia come la tua e degli occhi come i tuoi! E i miei bracciali scintilleranno come fa la tua collana al sole! Non vedo l’ora, tu non immagini! No, tu non immagini perchè tu non puoi sentirmi. Io non ho ancora quella magica nuvola che appare quando ti voglio dire qualcosa. Mi rattristo. Lui non mi può capire. Non mi può sentire.

Mi allontano lentamente, gli faccio un cenno di saluto ma lui non ricambia. Mi segue con lo sguardo, incrocia le braccia al petto. Abbasso lo sguardo sulla strada. Anche la strada ha più carattere di me. Alzo di nuovo lo sguardo, resto a guardare il castello. Lui sì che è nobile, imponente. Definito. Alzo una mano, chiudo un occhio. Lo vedo attraverso di me, è parte di me. Sorrido. Anche il sole mi ha trafitto. Sono talmente fragile che anche una cosa così innocua come il sole può trapassarmi da parte a parte. Mi giro appena, faccio un passo e mi blocco. Sono davanti a me. Sono tanti. Penso sei, sei o sette. Mi guardano, mi fissano. Tengono i pugni chiusi, le mascelle serrate. I muscoli definiti si gonfiano sotto le magliette aderenti. Loro sono spessi, molto spessi. Arretro.

Ho paura.

Mi fate paura fratelli miei, io non voglio che mi odiate. Non voglio fare nulla di male, volevo solo conoscervi. Volevo solo essere amato, almeno da voi. Vi prego, non posso resistere ad un altro “NO”. Vi prego fratelli miei. Quelli avanzano, io arretro. Non ci vuole molto a capire che una linea sottile come quella che definisce me, potrebbe solo sfiorarli. Quelle masse enormi, lucide e colorate quali sono le loro braccia, le loro mani, quelle sì che potrebbero farmi male. Guardo in alto e mi sembra che il cielo mi cada addosso, tutto si ripiega su di me. Tutto così reale, così fisico, così… così come non sono io.

<<Dove vai, bimbetto?>>. Ridono, ma non è una bella risata. Lo sento lungo la schiena, un brivido che risale. Forse anche io sono come loro, ma non lo possono sapere. Anche io potrei essere bello come sono belli loro, con quelle magliette colorate e gli occhi cangianti. Ma per ora io sono solo della grafite appena accennata su della carta bianca.
<<Qui non è posto per te. Tornatene da dove sei venuto.>>. Ma io, io prima o poi sarò qua con voi, fratelli miei! Prima o poi, ve lo prometto!

<<Guardati, così sottile. Così insignificante. Ti spezzo un braccio con due dita>>. Purtroppo è vero. Questo mondo è tanto bello, ma anche tanto crudele. Anche il castello, accanto a me, non mi protegge. Non si schiera, rimane a guardare. Butto lo sguardo fuori dalla pagina, alla ricerca del mio papà. Sta sul letto, supino. Dorme. Non ne sa niente lui di questo mondo. Non ne sa niente anche se l’ha creato. Chi sa se è consapevole che i miei fratelli sono cattivi con me. Chissà se è stato lui a farli così. Oppure forse sono tutti così, e sono solo io che sono un grande, deludente “NO”. Ma ti prometto papà, ti renderò fiero di me. Sorrido appena. Quello sarebbe stato il mio compito.

Purtroppo qui non c’è più nulla da fare, mi volto e corro. Corro più veloce che posso, corro fino all’orizzonte, mi aggrappo al bordo nero che circonda questo mondo e salto in quello affianco. Mi trovo faccia a faccia con un altro dei miei fratelli, riesco a vedergli solo il viso. Riesco a vedere anche solo il mio di viso. Corrugo la fronte. Ma perchè? Non ho il tempo di pensare, il mio fratellone sembra aver già capito chi sono io.

<<Vattene bozza informe!>>. Non aspetto che lo ripeta due volte e salto, una dopo l’altra le sezioni rettangolari passano attraverso di me, un mondo dopo l’altro, uno sguardo truce che mi perseguita. Finalmente arrivo a bordo pagina, sfiancato. Mi guardo attorno, ho il fiato grosso e sono spaventato a morte: non c’è nulla nelle vicinanze. Nulla, se non un altro quaderno aperto, bianco, ma al suo interno ci sono già altri segni di matita. Magari loro, bozze informi come me, non mi vorranno male. Mi mordicchio il labbro. Devo saltare di nuovo, ora molto più lontano. E se cadessi in mezzo che succederebbe? Scrollo la testa, non voglio nemmeno pensarci. Prendo un lungo respiro e salto, ad occhi chiusi e pugni stretti, salto.