Operaio della Speranza

  • Leo 
notre dame de paris monumenti parigi

<<Costruisci il tuo tempio, datti la vita. Fatti forza. Più vuoi che il tuo edificio sia alto, maestoso, poderoso, più a fondo devi scavare per le sue fondamenta. Più in alto vuoi arrivare, ragazzo, più in basso devi affondare. E poi, risalire.>>

Così capii che di malattia non si trattava. Mi feci forza e coraggio, tirai su le quattro cose che ancora mi erano rimaste della vita e le resi il mio campo di battaglia.
Più giù, più giù dovevo andare. Dovevo scavare nel fondo della mia anima per trovare i miei perché. Più giù fino alle fondamenta del mio malessere, fino a grattare con le unghie i macigni del mio cuore. E più giù andai, e toccai il fondo del baratro. Là giù trovai la mia ragione di esistere.
Buio, torbido e soffocante, questo è l’odore della disperazione. Mi scoprii in un angolo del mio cuore, timido e rannicchiato, avvolto da un’impenetrabile nebbia. Mi vidi per la prima volta e capii quanto diverso ero da quello che avevo sempre immaginato. Mi scoprii forte anche se spaventato, mi scoprii determinato anche se dubbioso, mi scoprii bello anche se acerbo. Mi vidi con occhi diversi, anche se ero io ad osservarmi. Misi da parte i giudizi e lasciai che fosse la mia anima a parlare. Rimasi in quell’angolo di mondo per molto tempo a brancolare nella nebbia della mia mente confusa. Spesso mi scoprii a girare in tondo, spesso persi la strada e la speranza, ma la luce alla fine arrivò. Era lontana, molto lontana, ma finalmente la vedevo. Io e quel piccolo ragazzino rannicchiato nell’angolo del mio cuore ci incontrammo, ci guardammo e iniziammo a fonderci in un’unica, vera persona. Fu difficile, sì. Fu difficile ammettere che ero nel fondo del mondo, fu straziante pensare, una volta affondato, quanto in alto avrei dovuto arrampicarmi per respirare di nuovo l’aria fresca della superficie. Ormai, però, quella era l’unica via trascorribile. Ne sarebbe valsa la pena.

<<Sono solide? Molto solide devono essere queste fondamenta. Sei sicuro di aver controllato tutto? Ogni angolo, ogni crepa, ogni punto che potrebbe franare. Hai tappato tutti i buchi? Ti sei assicurato che siano compatte queste pareti? Allora giovanotto, adesso si parte con la costruzione.>>

Il corridoio per la risalita era davvero stretto. Ci passavo a mala pena, alle volte. Mi aggrappavo anche al più precario degli appigli per risalire. Mi scorticai le mani, mi graffiai le braccia. Spesso scivolai, persi qualche metro di speranza. Ma quella luce là in alto, non potevo ignorarla. La guardavo, la bramavo, la sognavo ad occhi aperti. No, non me la sarei mai lasciata scappare. A volte, per passare in quello stretto cunicolo verticale, dovetti rompere la solida parete che avevo costruito, solo un pochino, giusto per riuscire a muovermi. Era doloroso, significavano fitte infernali ogni volta. Una volta creata una crepa, andava aggiustata. Non potevo lasciare solchi vuoti laggiù, non avrebbero retto il peso della vita che avrei dovuto costruirci sopra, una volta uscito.
Dal cuore risalii così lungo la trachea e mi ritrovai in quel luogo caldo e rassicurante che era la bocca. Da lì il mondo si vedeva bene ma ancora non potevo entrare a farne parte.
Di nuovo mi feci forza e coraggio, tirai su le poche forze che mi erano rimaste e sfondai la parete davanti a me.
Per la prima volta lo dissi ai miei genitori.

<<È normale, ragazzo. Dopo anni che respiri polvere, respirare aria fresca fa male ai polmoni. La luce acceca gli occhi, ti senti nudo di fronte al mondo. Operaio, non ti scoraggiare, è adesso che ti devi rompere le ossa. Il marmo per costruire questa cattedrale non si sposta da solo. Il peso è solo la prima delle fatiche. Assemblarlo sarà il vero dolore.>>

Mi sentii il mondo addosso. Per la prima volta vivo, per l’ennesima volta moribondo. Loro non parlavano la mia lingua. Non sapevano cosa fosse una disforia di genere o cosa fosse il binarismo. Mi trovai solo a profetizzare realtà sconosciute.
Mi trovai amato da chi, con le lacrime agli occhi, mi diceva che mi avrebbe amato comunque.
Di nuovo il sentore di malattia si fece acre e penetrante, di nuovo il reietto, di nuovo il pazzo. A raso terra mi agitavo per farmi vedere, le vite degli altri già si ergevano poderose davanti a me. Di nuovo solo, di nuovo a fondo. Ma una volta sfondata la parola non si torna indietro. Cioè che è detto è detto ormai. La gente non dimentica una confessione così disperata. Quante volte mi maledissi per non aver taciuto, quante volte mi odiai e desiderai solo di tornare nel mio umido buco di lacrime.
Purtroppo però, anche se gridi non tutti sentono. Gli altri urlano più forte di te. Non tutti capirono, non tutti ascoltarono. Chi sentì, molte volte, si girò dall’altra parte. Tanti non sapevano, ma non tutti. Con il cuore allo scoperto e la testa nascosta, le pugnalate si sentono amplificate. Una volta a raso terra non puoi più calare nell’oblio, ma è una decisione del tutto personale se restare nascosti o arrampicarsi verso la luce.

<<Operaio attento al vetro! Come le vuoi fare quelle vetrate? Con le briciole, forse? Non si devono rompere! E se ti colpiscono, mentre cammini, tu reggi il colpo! Ragazzo lavora, non c’è tempo da perdere qui! Se sei inadatto al mestiere, rinuncia. Qua si costruiscono cattedrali, non cappelle. Più maestosa vuoi la tua chiesa, più vetro fragile dovrai mettere. E più vetro significa più forti pilastri che reggano l’urto. Ora tocca, soldato, questa è la tua battaglia. Quel marmo è pesante ma mai come il tuo cadavere se cadrà a terra.>>

Mossi i miei primi passi da transgender nel mondo cisgender. Timide dimostrazioni di chi ero realmente spesso furono fallimentari. Fallimentari ma non per questo vane. Me lo avevano detto che avrei dovuto essere forte, e forte fui. Forte lo sono ancora. Mi piegai sotto il peso delle incomprensioni, mi difesi dalla furia della desolazione, strisciai sotto le molestie della cattiveria gratuita.
Però, dopotutto, riguardandomi indietro, feci un bel lavoro.
Sì è vero, i punti sensibili furono molti e rimasero in bella vista per molto tempo. Furono facili soggetti da colpire e, senza una stabile fermezza nel reggere i colpi, furono più dolorosi del previsto. Dopotutto però ormai avevo imparato a conoscermi, avevo indagato dentro me stesso così a lungo che dopo il dolore, sapevo come rialzarmi.
Arrivai poi al punto che non potei più avanzare da solo nel mio viaggio.
Purtroppo, prima o poi, tutti abbiamo bisogno di chiedere aiuto. Un aiuto necessario, un aiuto coraggioso. Mai più nella vergogna, mai più nell’umiliazione.


<<Bel lavoro giovanotto, bel lavoro. Tutto procede come previsto. Il tuo tempio finalmente si erge, forte e luminoso. Ora però, ragazzo, non sarai tu a definirlo opera d’arte. Ci vuole un critico, un esperto, un saccente che esprima il suo parere in proposito. Ma ricorda, operaio: non lasciare che demoliscano il tuo sudato lavoro. Questa ormai è la tua casa, la tua vita.>>