Tra quattro dannate Linee

  • Bi 
omino che vede la luce della libertà attraverso uno spiraglio

Il pericolo non viene da quello che non conosciamo ma da quello che crediamo vero e invece vero non è. (Marc Twain)

 

Un omino stilizzato se ne stava sul suo foglio bianco rettangolare, il più banale tra i fogli, il più pallido e insignificante.

L’omino stilizzato era stato disegnato dentro un perfetto quadrato dalle linee spesse, non poteva sapere chi fosse l’artefice del suo dolore, l’aguzzino che l’aveva bloccato lì, tra quattro dannate linee. Non poteva immaginare neanche il volto del suo spietato creatore, egli non gli aveva neanche disegnato gli occhi.

Afflitto dal biancume della carta, l’omino stilizzato aveva perso il conto del tempo che aveva trascorso nel quadrato, dimenticando completamente cosa ci fosse al di là, in altri spazi del suo foglio. Quelle quattro linee erano spoglie: non una distrazione, non un dettaglio particolare da imparare a memoria, solo la grafite di una matita ossessivamente temperata.

L’unica compagna era un residuo di gomma da cancellare rossiccia, rimasta tra i tratti del quadrato.

L’omino stilizzato stava seduto nell’angolo di due rette, fissava il truciolo dimenticato, interrogava la sua filosofia, nel pensiero che fosse un crudele scherzo del destino essere in trappola con il suo peggior nemico, poiché lui sempre di grafite era fatto, o se fosse un’ulteriore tortura inflitta dal suo dio per condurlo al suicidio.

Dimenticato tra le pagine di un album, ecco quale era l’immeritata fine del nostro povero omino. Eppure, non pensate, cari lettori, che l’omino fosse sempre stato così abbattuto, aveva tentato e ritentato innumerevoli volte a uscire dalle quattro linee, aveva tentato di spingerle via, di soffiare affinché la cellulosa non si deteriorasse.

Ma l’inconsolabile omino fallì tentativo dopo tentativo.

La verità del piccolo scarabocchio era di essere destinato a restare invisibile a colui che l’aveva messo in quella situazione, nascosto nel lato sbagliato del margine.

 

Un giorno confuso tra gli altri, l’omino stilizzato si trovava nuovamente a fissare il pezzetto di gomma.
Nell’assordante silenzio dell’ennesimo pensiero, l’omino diede di matto: nella sua testa rotonda poteva sentire la sua voce immaginaria urlare contro quelle maledette righe: dimenandosi, cercò di buttare giù con la sottile linea della spalla, il muro divisorio davanti a lui ma, senza fare alcun rumore, non riuscì a spostare neanche di un centimetro la sua gabbia.

Egli era destinato a quel quadrato, ad avere una sola visione del mondo, un solo punto di vista che rende tutto piatto e bidimensionale.

Tutti abbiamo sentito parlare di “pensare fuori dal quadrato”, ma l’omino non si capacitava di cosa potesse significare in termini pratici; ogni soluzione pensabile l’aveva provata, non aveva lasciato indietro nessuna possibilità, pensava con convinzione di aver sfruttato ogni occasione che la sua vita, fragile come carta pesta, gli avesse posto davanti.

Colmo di strazio, Charlie rivolse un pensiero all’angolo più alto del suo quadrato:

“Ti prego guardami, io sono esattamente qui, di fronte a te.
Nulla significherà più per me che acquisire una forma ed essere palpabile, visibile.
In ginocchio, ancora ti dedico la mia preghiera, apri la gabbia della pagina tagliente in cui mi hai rinchiuso.
Batto i pugni ma non mi senti, non mi vedi accasciarmi a terra, stringere le ginocchia al petto, riprendere fiato per urlare a un muro colorato solo nel tuo lato di margine.

Mi hai immaginato così come sono: sei cosciente della mia consapevolezza? Quale vile essere potrebbe mai abbandonare un uomo alla solitudine con solo del veleno?

Non hai fornito al mio sguardo paesaggi migliori che l’interrotto lato di una marea bianca, mi hai chiuso tra quattro maledette righe fatte di ciò che sono anche io.
Cruda ironia, puoi essere davvero così feroce?

Rendimi sostanza davanti ai tuoi occhi, il mio urlo disperato dovrebbe almeno sfiorarti l’orecchio come il vento dal tuo lato, ma tu non mi hai dato neanche una bocca per parlare.
Non ti chiedo il mondo reale, ma permettimi di ricordare cosa vi è al di là di questo muro indistruttibile. Sono chiuso fuori, ai margini di una felicità di cui tu sei responsabile.”

 

Passarono minuti che parevano ore, ore che parevano giorni e giorni che sembravano decenni, sconsolato e pieno di rancore, l’omino stilizzato fissava il residuo di gomma e, come fosse piombato su di lui un fulmine in un cielo bianco, di punto e in bianco l’omino capì.

Raccolse accuratamente la gomma, si diresse convinto verso un lato del quadrato, ne cancellò una parte ed uscì.