Ritratto di una Famiglia Rotta

mia madre che cerca di tenere insieme i pezzi di una famiglia rotta

Sono Aurora, e che ci crediate o no anche io sono stata piccola.
Ho anche io un passato di capelli tagliati a caschetto, salopette e giochi da tavolo.
Ho creduto a Babbo Natale, sono stata parcheggiata nelle ore pomeridiane davanti ai VHS e pianto ogni volta che dovevo vedere mamma scomparire nell’auto in fondo alla via.

Mia madre è una madre come tante, mia madre è anaffettiva e dice spesso la parola “dunque”. Mia madre tira le conclusioni ed è la grande direttrice d’orchestra della nostra orchestra zoppa composta da suonatori fuori tempo e che non si presentano alle prove.
A mia madre lo sconforto le si tatua dal 1989 sotto agli occhi, a forma di pesanti occhiaie, e a volte, a forma di bocca all’ingiù.
Mia madre principalmente ama, ma a volte sa anche odiare.
Per lei al primo posto, prima di tutto, viene La Famiglia.
Pensate quanto sconforto le è caduto addosso quando ha dovuto ammettere a sé, e al mondo intero, che avrebbe dovuto affrontare il divorzio.

Io e Felia passammo presto nella schiera dei bambini difficili, quelli che avranno una giustificazione quando si scoprirà che i loro comportamenti problematici hanno base di mancanza affettiva e scarsa considerazione della figura maschile.
Io e Felia non siamo mai nemmeno sembrate provenire dalla stessa parte o dallo stesso Universo, per questo abbiamo continuato a parlare lingue differenti fino a che lei non è stata inghiottita dalla terra di un’altra nazione lontana della quale non ricordo il nome.

Io per crescere ho dovuto assaporare presto il sapore acidulo e dolciastro delle bugie.
Mentivo per sopravvivere.
La morsa tipo Boa stretto intorno alla cassa toracica dell’apprensione materna non mi ha dato molta scelta. Avrei potuto conservare la verginità fino ai miei quaranta, oppure perderla troppo presto. Devo anche sottolineare com’è andata?

Ho danzato per tutta la mia infanzia e per parte della mia adolescenza sui ritmi precisi della punizione e della fuga. Le mie due sole compagne fedeli. Arrivavano sempre in coppia e se Fuga mi costringeva a scappare lontano subito arrivava Punizione a riprendermi e portarmi a casa, fra l’abbraccio gelido degli angoli della mia stanza, e io in quel muro bianco, visto da vicino che dopo un po’ ti costringe a chiudere gli occhi, dipingevo la mia prossima evasione carica di rabbia inespressa.

Avrei voluto una vita da vagabonda, avrei voluto una vita che sapeva di fuori e non di chiuso dentro.

Per quanto mi riguarda ho un solo ricordo sbiadito di una figura che non ha mai avuto le fattezze di un padre ma che avrebbe dovuto ricoprirne il ruolo.

Adesso posso chiudere gli occhi e tentare di recitare per l’ennesima volta il ruolo del cubetto di ghiaccio senza alcun sentimento, imboccare la via sterrata di una periferia di paese, superare un cancello del quale non ricordo forma e consistenza, abbassare la maniglia color oro di una porta di legno scuro e ritrovarmi in una casa della quale non ricordo l’odore. E’ come fare un tour con lo Street View di Google, è come esserci ma non esserci davvero, è un viaggio extracorporeo in uno spazio diventato gelido come se le finestre fossero state dimenticate aperte per anni.

Non ricordo molto ma so di non aver mai visto questo posto con la nebbia adagiata sui mobili.

Perché mi fai questo? Fai diradare immediatamente tutto questo strano gelo o inizierò a puntare i piedi e a sbuffare come la bimba che ero. Come la bimba che vorrei continuare ad essere.

Parlare in casi come questo non solo è inutile, ma ti mette in uno stato di ansia da prestazione riflettori e prime volte.

Possiamo concederci questa mezz’ora di noia, musica e cose sbagliate?

Guardami, sono diventata una bimba grande ballando snaturata su tutto ciò che hai sbagliato nella vita, incrociando ogni volta solo queste tue stupide iridi consunte che hanno di certo visto posti e momenti migliori di questo.

E allora dimentichiamo. Dimentichiamoci. Cestiniamo tutta la memoria dei giorni belli perché il paragone con un qui e un’ora peggiori sta diventando pesante, sta diventando insostenibile.

Adesso riesco a ricordare un solo istante felice e sono seduta in questo scatolone, e se tu mi dici che sono su un aeroplano io non posso fare altro che prendere il volo. Sono qui e sto tremando dal mal di pancia che tu manco te ne accorgi, che in fondo mi hai solo assecondata e riempito lo stomaco di schifezze dell’ultimo secondo, lasciando che fossi io a scegliere come se fossi adulta.

Tu stai lì e sorridi inerme.
Tu sorridi solo inerme. Tu mi hai sempre e solo sorriso inerme.

Sono stata minuscola sul tuo palmo calloso almeno un miliardo di volte, le stesse in cui eri troppo occupato in “altro”. Avrei voluto essere “altro”. Ho desideri tenacia sognatore. Dei miei desideri non ti è mai importato granché, ti ho visto mentre ti pulisci le suole sullo zerbino davanti alla porta, stai sparpagliando briciole di illusione ovunque.

E ti vedo mentre imbocchi la stessa porta dalla quale sono entrata poco fa. Scappa un’altra volta, che è la cosa nel quale sei maestro. Riempi altre valigie e altre macchine e altri aerei di tutto ciò che non ti serve, lascia il ricordo portachiavi appeso al mazzo che non usi più. Poi illuditi. Illuditi che stai ricominciando una vita a metà della vita. Illuditi di non avere passato. Illuditi di poter vedere uno diverso, intrappolato in una cornice diversa, in una bagno che ha un altro nome. È sempre un bagno, è sempre questa terra. Puoi andare lontanissimo. Vai lontanissimo. Sei ancora troppo vicino.

Non posso fare altro che provare di nuovo questa rabbia bambina insoddisfatta, e puntare i piedi e mandare a cagare tutti gli uomini di questa terra, e provate a biasimarmi. Sono Aurora, e questa è la prima delusione d’amore che ricordo, susseguiranno almeno altre cento delusioni simili e per altre cento volte sarò maestra del “I don’t give a fuck” mentre dentro muore l’ennesimo angolo di cuore e di anima.