Seconda fase: Combatterlo

  • Leo 
soffrire di binge eating e avere bisogno di un aiuto con il cibo

Da solo non può vincerlo. Non è fattibile, non ha autocontrollo. Non sa fermarsi, non sa imporsi. Ogni momento in cui è solo, per il binge eater è il momento giusto per dimostrare a se stesso quanto lui sia vile il realtà.

Determinazione? Zero.
Motivi per smettere? Tanti.
Quanti validi? Tutti.
Quanti sufficienti? Nessuno.

È una droga alla fine. Niente più, niente meno. Il cibo può creare dipendenza? Più di quanto voi possiate immaginare. Il binge eater è un dipendente dal bisogno di farsi schifo.

Il binge eater è vile, non sa resistere. Il binge eater non ha carattere anche se al di fuori di se stesso è in grado di dimostrare di avere polso.

Il binge eater è un animale in preda all’ingordigia incontrollata.

Il perché lo faccia? Non lo so.

Il binge eater però è patologico, è malato, ma non lo ammette. Spesso non lo sa, ma se lo chiede. Sa che c’è qualcosa in lui che non va. Per questo non ne parla, se ne vergogna. Non si metterebbe mai davvero a nudo.

Un binge eater parla spessissimo di cibo, ma solo cibo sano. Non menziona i dolci o le cose che davvero desidera mangiare. Se l’argomento esce, lui lo tratta come qualcosa che disprezza. “Buonissimo, vero, non lo mangio da un sacco. Ma vuoi mettere con una dieta sana? Quella sì che ti fa sentire pieno di forze”:

Un binge eater, come tutti i malati di disordini alimentari, è un bugiardo.

Mente, mente sempre.

Mente anche quando potrebbe dire la verità. Mente perché preferisce vivere nel mondo che gli altri gli hanno dipinto addosso rispetto a quello che si è creato lui.

Un binge eater sembra una persona sana e normale, nessuno gli chiederebbe mai nulla a proposito di un disordine alimentare.

Quindi un binge eter è solo nella sua battaglia.

Solo fino a quando si rende conto che è troppo.

Troppo strano, troppo malato, troppo ossessionato, troppo sotto pressione.

Un binge eater che trova il coraggio di ammettere i propri vergognosi attacchi di fame, è raro ma forte.

Allora ne parla, con le lacrime agli occhi, con l’autostima e l’orgoglio sotto i piedi. Ne parla agli amici più cari. “Sto malissimo, vi prego, aiutatemi. Tenetemi d’occhio”. Spesso però è frainteso. “È tutto normale, tanti mangiano per scaricare il nervosismo. Io una volta ho mangiato addirittura sette biscotti dal nervoso, dopo sono stata male”.

Lui ne mangia venti alla volta, come spuntino.

“Ma magari fosse così, fidati, è molto peggio”
“Non sarà nulla di così grave ma se vuoi a fine giornata puoi dirmi cosa hai mangiato, così te ne rendi conto”. Sì, certo.

E il binge eater sa che non troverà alcun conforto nella cosa perché nessuno lo può capire davvero e non può pubblicamente ammettere quanto in realtà mangi, quanto in realtà sia disumano.

“Quindi come sta andando? Quanto hai mangiato oggi?”.
“No, oggi ho resistito, grazie di aver chiesto”.

Risponde al messaggio con la mano dentro la dispensa, una crostatina tra le dita, la testa già proiettata a pensare a cosa afferrerà dopo. Il senso di disgusto per quello che sta facendo lo blocca per un secondo, mastica meglio. Poi nulla lo ferma, e ricomincia.

Amico uno, esperimento fallito.
Amico due, ci prova di nuovo.

Di nuovo quel coraggio che in pochi hanno. Forse ora però riesce a sentirsi più a suo agio, forse confortato anche dal fatto che nessuno capisce realmente quanto si ingozzi, e questo lo fa sentire solo ma protetto.
“Stai attento, ho paura per te. Scrivimi ogni volta che succede, se vuoi chiamami.”

Chiamare potrebbe essere una buona soluzione. Al telefono e con una sigaretta in bocca non è impegnato a pensare al cibo.

Il binge eater sa benissimo che è lì. E’ lì e lo aspetta, lo brama, ma in chiamata l’amico sente se lui apre una confezione o se mastica.

Una volta funziona, due, la terza non chiama più.

Il binge eater ha bisogno di abbuffarsi, è in astinenza. Non scrive più. Non si fa più vivo quando è solo. Se gli viene chiesto se va tutto bene risponde “sì sì, il mio coinquilino molto spesso è a casa, se non sono da solo non mi ingozzo. Quando non c’è mi sto controllando”.

Invece passa le intere giornate da solo a svuotare la dispensa.

Terza ed ultima possibilità: la più umiliante.

Chiedere a chi vive con lui. Questo è la vera prova. È in grado di vivere con chi, guardandolo in faccia, vedrà il mostro?

“Non devi mai lasciarmi solo, mai, per alcun motivo. Vedi le dispense di cibo? Controllale. Quando esci di casa guarda come sono, quanto cibo c’è. Quando torni controlla di nuovo, deve essere lo stesso di prima. Non comprare tonnellate di cibo insieme. Spesa ridotta così ho meno da rubare”

Prima i coinquilini lo guardano come se fosse pazzo, ma lui è disperato e li implora, a costo di perdere tutto, ma vuole smettere, vuole uscire, vuole mettere la parola fine alla dipendenza, vuole solo che l’incubo finisca. Accettano.

Funziona, ma dura poco. “Vado al volo a fare la spesa, neanche mezz’ora e torno a casa. Tu non prenderai mica d’assalto la dispensa, vero?”. Glielo sbattono in faccia con leggerezza, loro non si possono rendere conto della pesantezza della situazione.

Il binge eater vorrebbe morire dalla vergogna, annuisce, il coinquilino già con le chiavi in mano e la borsa della spesa su una spalla, scende le scale e neanche fa in tempo a chiudere la porta che il binge eater sta già aprendo la dispensa. Lo sa che non hanno controllato quanto cibo c’era, non li ha visti farlo e lui li controlla sempre. Mezz’ora è anche troppa.

Il binge eater è in prigione: non è lui che decide. In realtà lo è, ma non è abbastanza forte da uscire da una vera e propria dipendenza con le proprie forse.

Nel giro di mezzo minuto il binge eater ha già le mani su qualcos’altro da mangiare. Qualsiasi cosa. Sa che deve stare più attento ora. Ora che il suo segreto più intimo è stato svelato, è allo scoperto. Si deve muovere con ancora più attenzione. Pezzi ancora più piccoli di cibo rubato, posizionamento ancora più preciso a come era stato lasciato, pulizia scrupolosa di ogni ripiano sporcato o posata utilizzata.

Se nel pacchetto restavano cinque merendine, dovrà far in modo che le quattro restanti occupino esattamente lo stesso spazio di cinque, così che a colpo d’occhio tutto sembri come prima.

Se la confezione è quasi finita e ne mancano solo due, sa che non può prenderle: la differenza tra una e due è lampante, tra quattro o cinque molto meno.

Sa che deve essere più astuto. Sa che non può più permettersi errori. Sa che non si può più sgarrare, nessuno deve più accorgersi di niente. Come fare?

Il binge eater è un ottimo persuasore. Invita facilmente il coinquilino a finire un pacchetto in modo da averne uno nuovo sotto mano. Lo convince a mangiare i biscotti la mattina, in modo che il pomeriggio gliene possa rubare un paio dalla confezione senza che il coinquilino si chieda il perché della mancanza.

Il binge eater è astuto: ora sa che i suoi compagni sono a conoscenza del suo disordine, ergo si aspetteranno di trovare cartacce nella spazzatura.

Non si esce da un disordine alimentare da un giorno all’altro, lui lo sa molto bene.

Calibra con astuzia la quantità di cartacce da nascondere e quelle da lasciare in vista nel cestino come dire “si scusa, ho ceduto, ho mangiato una merendina” quanto invece ha mangiato venti volte tanto.

Inoltre sa bene che così facendo il coinquilino si sentirà già avvertito della mancanza in quella determinata confezione e non controllerà le altre.

Sa bene di essersi messo in trappola da solo per il proprio bene ma ne vuole scappare a tutti i costi. Sa bene anche però che una volta detta una cosa non ce la si può rimangiare, soprattutto una cosa così particolare, così pesante, così assurda.

Il binge eater aspetta, nervoso, che il coinquilino esca o si allontani. Ogni scusa per mandarlo via da sé è buona. Ogni scusa per avvicinarsi alla cucina è ottima. Vivere con lui è difficile.

Diventa estremamente nervoso, ha sempre i nervi a fior di pelle e non vuole sentire i coinquilini parlare di cibo, lo ripugna. Pensa sempre che stiano parlando di lui, diventa ossessivo. Non vuole che i coinquilini gli chiedano cos’ha mangiato.

Se si rendono conto che manca qualcosa, lui non vuole saperlo. Non vuole essere umiliato ancora davanti a loro e davanti a sé stesso.

Il binge eater dopo un’abbuffata cancella il ricordo di quello che è appena successo. Lo archivia in un cassetto della mente che porta la targhetta “ti devi vergognare”. Anche se è stato lui a chiedere aiuto, l’argomento non si può nemmeno sfiorare. Ogni volta che c’è anche un minimo accenno diventa ancora più intrattabile. Cerca di sviare il discorso e lo chiude dicendo “sto migliorando” o “ne sono fuori”.

Il binge eater non ha controllo della situazione: ne vuole uscire, chiede aiuto, ma poi lo elude al meglio.

“Insieme ce la faremo, te lo prometto”
Fase dell’aiuto: fallita.