Soffiati via – Thomas

  • Bi 
fiori soffiati via dalla pioggia

Non vedevo Eva da settimane, sapevo da sporadici messaggi, che stava bene ma che desiderava parlarmi.

Il mondo si fermò ed ebbi le solite paranoie, pensai che il mio sentire la sua mancanza fosse stato troppo palese, troppo opprimente in quelle settimane. C’era un vuoto lasciato dal tempo che passavo con lei, ne sentivo il peso.

Camminavo per le strade di Torino immaginando i suoi occhi ad ogni angolo, quelle lunghe ciglia erano fari per me, ed io non ero che una bagnarola alla deriva.

Mi chiese di incontrarci a casa mia in una sera di pioggia, aveva bisogno di tranquillità, diceva.

Nell’attesa giravo per casa, sistemando dettagli qui e lì; con il cuore in gola, contavo ogni battito mancato. Presi da un’anta in cucina una bottiglia di vino rosso, aspettai seduto composto sul divano.

Con lo sguardo perso nel vuoto ripensai al nostro ultimo incontro, mi sentii un codardo.
Potevo visualizzare i diversi finali della sera al Closer, immaginai ogni “se” ed ogni “ma”.

Una volta, una persona che avrei dovuto ascoltare, mi disse che con i “volevo, dovevo, potevo” non si va da nessuna parte.

Giocando con le dita sul tavolo, il ticchettio dei miei stessi polpastrelli mi innervosì a tal punto da sentire il rancore che provavo nei miei confronti, la rabbia per essere un buon predicatore di consigli ma mai un giocatore.

Mi alzai di scatto e mi avviai alla finestra, spostai la tenda con la mano e guardai i parcheggi dell’importante viale su cui dava il mio appartamento.

La pioggia stava riempiendo i tombini, l’asfalto luccicava al buio; i grossi ombrelli parevano macchie di colore su un quadro, ognuna di quelle persone nelle auto o a piedi, stavano tutte aspettando la risposta a qualche quesito, in silenzioso dolore.

Nella speranza si dirigevano altrove, tranne una macchina che parcheggiò esattamente sotto il mio portone.

Credetti che la pioggia si impregnò del profumo di Eva.

L’aspettai infondo alle scale, i capelli scuri erano leggermente bagnati, il suo sorriso illuminò l’androne del palazzo. Baciai le sue guance morbide e l’accompagnai al mio appartamento.

Dopo averla fatta accomodare, le versai un bicchiere di vino. Il cuore esplodeva nel mio petto, ogni secondo che passava speravo fosse quello che ci avrebbe portato alla fine dei convenevoli, per arrivare al sodo.

Passò una buona mezz’ora, tra un sorso di alcol e l’altro, Eva rideva alle mie terribili battute sull’arredamento, in un istante mi sentii folgorato dallo splendore di quel viso dolce, la guardai come un bimbo guarda il suo regalo di Natale: col fiato sospeso, piombò il silenzio ed Eva se ne accorse.

Prese lei la situazione in mano, io non seppi fare altro che la figura del cretino, a bocca aperta: “ Ti ho pensato molto ultimamente, ci sono stati parecchi cambiamenti in questo periodo e devo dire grazie a te”.

Fece una pausa per portarsi il bicchiere alle labbra, sedeva a mani intrecciate di fronte a me, notai di nuovo il suo sapore di margherite di campo, in lei si nascondeva sempre la gioia, la semplicità e la purezza: quel giorno mi abbagliava più del solito, come se fosse controsole.

Balbettai qualche informe tentativo di risposta ma lei non aveva finito.

“Mi hai insegnato una grande lezione, Thom. Ho accettato i rischi e ho vissuto le mie possibilità, mi sono accorta di quanto effettivamente mi stesse attorno e non lo avevo mai notato. Ho imparato l’importanza del vivere ogni cosa e accetto l’imprevedibilità, è diventato … divertente”.

Mi feci cogliere in flagrante con la mia espressione confusa. Capii a che discorso si stesse riferendo, una parte del mio coraggio morì, lasciandomi un po’ più solo.

Eva bevve un altro sorso e proseguì: – “quello che voglio dire è che ho smesso di preoccuparmi, sento che a prescindere da cosa capiterà, sarà esattamente come doveva andare. Mi hai insegnato a dire sì, senza paura di farmi male. Solo così potevo vivere davvero e provare ogni emozione sulla pelle come fosse fuoco. E non importa se mi farà male. Meglio viverla a pieno che non averla neanche sfiorata”.

Carico di emozioni, sentii il fuoco di cui parlava Eva sulla mia pelle, sulle labbra.

Per la seconda volta quella sera, mi alzai di scatto, mi avvicinai a lei e la baciai per un solo istante.

La stanza si bloccò, un velo di seta bianca ricoprì tutto: i mobili, il pavimento, il vino, me ed Eva. Ripresi a respirare solo una volta staccata la mia bocca da lei. Il silenzio mi pareva immerso nel cotone e imbevuto di alcol, avevo acceso un fiammifero per vedere se avrebbe fatto scoppiare l’incendio.

Trovai la forza di parlare per primo: “e dopo questo tuo quadro in cui tutto è perfetto grazie ad una parola, alla voglia di vivere e buttarsi a capofitto in tutto, come posso sapere se sarà la scelta giusta? Come faccio a sapere che andrà tutto bene?”

Mi accarezzò la guancia allontanandosi da me, raccolse giacca e borsa; sulla soglia della mia porta mi guardò e mi rispose: “Non lo sai, devi solo farlo. Se no non lo scoprirai mai. Accetta il rischio o perdi l’occasione. Buonanotte Thomas” – mi rivolse un sorriso pieno d’affetto.

Eva uscì da casa mia e si diresse alla macchina.

Non avrei potuto prevedere quel finale.

La rincorsi per le scale ma lei stava già facendo manovra. La vidi che mi sorrideva ancora, dietro il vetro dell’auto; mentre usciva distrattamente dal parcheggio, alzò una mano dal volante in segno di saluto, le sue ruote scorrevano sull’asfalto, come quelle dell’altra macchina che correva nella stessa corsia.

Improvviso.
Come il colpo tra le due auto.

Eva si spense davanti a me ed io non sentii più il profumo delle margherite. Senza una spiegazione, senza una motivazione, ciò che fino a un secondo prima stava tra le mie mani, mi abbandonò in strada sotto la pioggia.

Eva fu soffiata via, un fiore dagli ossuti petali spezzati.

L’imprevedibilità della vita.