Solitudine n°424

la solitudine degli alberi in riva al lago

Aurora è ancora il nome che mi contraddistingue.
Ricordo quando ho scoperto che il mio nome volesse dire qualcosa.
Sono subito stata scaraventata nella schiera di quelli al posto sbagliato, e ho presto
imparato che i posti non posti sono la mia casa preferita.
Indosso da sempre questo pesante cappotto di ombra.
E ho una voglia a forma di evasione all’interno del cranio.

Oggi scappo.
Corro come se fossi inseguita da un cazzo di carro armato che vuole schiacciarmi e spargere tutta me su questo asfalto gelido.
Sarei asfalto se non corressi.
Sarei parte di questa strada con il traffico sopra e la gente sopra e i brutti pensieri sopra e le bestemmie di chi vuole fare veloce.
Allora scappo forte e il perchè te l’ho appena detto.

Mi limito a salire su un treno, poi un altro, poi l’ultimo e la smetto.
Più mi allontano dall’ultimo posto casa e più fluttuo per aria, che quando decido di essere arrivata ho le sembianze di un Aurora palloncino piena di elio, e mi lego un peso ai piedi per non volare via.
Via dove?

Questa è la solitudine n°424, le scrivo sopra la data e la allineo a tutte le altre come faccio con tutto, la catalogo come faccio con tutti.
Vivo una vita costellata di schiere e serie e archivi e cose in fila.
Mi stendo su questi prati con poca erba e osservo ipnotizzata un cielo stellato di numeri e sigle.
Passo una vita a preoccuparmi che tutto stia dentro i quadratini dei fogli, e che calzi a pennello nei cassetti e che sia allineato al bordo del tavolo.
Non risolvo mai i problemi, mi limito a trovargli una categoria e il posto più appropriato in cui stare.

Scappo per oltrepassarlo il cazzo di bordo del tavolo, ma questo si allarga e io continuo ad essere perfettamento parallela agli angoli.
Sono una prigioniera che tenta di evadere dal globo intero.

Ho gli occhi incollati di grigio.
Grigio senza sole, grigio polveri sottili.

Mi sembra di svegliarmi dopo un lungo sonno di quelli faticosi, di quando ti svegli con le palpebre pesanti e il cervello di creta secca a crepe.
Sono fuggita abbastanza lontano da non sapere più dove andare e c’è questo specchio d’acqua che piange e se ne sta fermo immobile a giudicarmi.

Il suo è un abbraccio a mani gelide conficcate giù per la schiena a novembre, non sorride nulla quì e manco c’è il sole anche se la gente è in vacanza.
Nessuno vuole divertirsi all’ombra.

Mi ero totalmente dimenticata la forma degli alberi, lo realizzo solo ora che li vedo e mi sento persa per una delle prime volte nella vita.
Sono sempre stata consapevole di essere nel posto sbagliato ma non mi sono sentita persa spesso.

Ci sono questi alberi che mi fissano e si lasciano accarezzare e vi voglio tutti come animali domestici.
Mi scende la sera addosso e nemmeno me ne sono accorta distratta com’ero dal niente di questo ennesimo posto senza nome.
Solitudine n°424 accompagnata da senso di smarrimento n°3.

Non ho alcuna intenzione di alzarmi di qui, voglio essere assorbita e diventare aria umida di lago fermo e alberi ruvidi. Stanno solleticando il cielo adesso. Hanno queste dita magre e lunghissime che sembrano terrificanti. Hanno dita da film horror e aura di tranquillità immobile.

Oggi sento di non sentire.
Oggi oggetto smarrito in mezzo alle goccioline di condensa mi sembra di essere appena entrata in una foto. Tutto fermo in posa e solo io che respiro e continuo semplicemente a stare.

Sono così poco poetica in questa veste di apatia e strana tranquillità che annuncia una delle mie solite tempeste invisibili e incolori.
E poi la foschia che viene vomitata dal lago.
E poi questo freddo che ti prende per il culo perché non te lo aspettavi e non hai la felpa. E poi riprendo il treno e torno a farmi sanguinare i piedi sull’asfalto perché qui mi calza tutto molto stretto.

Scuoto la mano in aria per salutare i testimoni nodosi di questa mia ennesima solitudine da collezione.
Sono Aurora ed è stato un piacere.
Sono Aurora e non dimenticatevi le mie carezze.
Mi chiamo ancora Aurora e la mia fobia è essere dimenticata.
Addio alberi.