Terza fase: di nuovo soli

  • Leo 
il binge eater è solo in mezzo alla folla

La fase due, chiedere aiuto, è risultata fallimentare. Il binge eater è da solo nella sua sfida.

Nessuno lo può aiutare. Troverebbe sempre e comunque il modo di scappare dalle proibizioni che gli vengono imposte.

Purtroppo il binge eater non può scappare dalla propria prigione. Non può cercare metodi alternativi. Rimane solo a lui la scelta. La presa di posizione.

Difficile è però combattere contro un nemico che è solo fisico ma anche solo mentale. Il cibo c’è, se non ci fosse se ne procurerebbe, ma il problema, l’assillo, è solo nella sua testa. Da dove è iniziato il tutto?

Il binge eating nasce da diverse fonti scatenanti: puro nervosismo, ansia, una dieta troppo restrittiva, o le tre cose combinate insieme.

Il binge eater ha un forte orgoglio, non accetterebbe mai di farsi trovare con le mani nel sacco.

È molto attento, scrupoloso ed efficace nel non farsi vedere.

Poche volte esce allo scoperto.

Ma ora che è davvero vulnerabile, deve rintanarsi ancora di più nell’ombra.

Il binge eater si vergogna da morire.

Il binge eater non si guarda allo specchio e se lo fa, si osserva con aria disillusa.

Il binge eater sa che è colpa sua e solo sua se sta mettendo su peso velocemente. Cerca soluzioni. Non può trovare alternative al continuare ad abbuffarsi.

Neanche il vomito funziona, espelle solo la metà di quello che ha ingerito.

“Metà è meglio di niente” ma richiede uno sforzo fisico sovrumano da portare avanti continuativamente.

Il binge eater alla fine sa che, avendone parlato, è una preda facile, tutti stanno più attenti e ha meno tempo da solo a disposizione.

Il binge ester è un animale che ha perso le fattezze da uomo.

Il binge eater ha paura di mettere su peso, fa fatica ad accettare il risultato del cibo che ingerisce anche se è la conseguenza logica e naturale. Raramente il binge eater fa sport o cerca di smaltire le calorie. Si disprezza a livello tale che non sente quasi neanche più il bisogno di alzarsi dal letto. Se non per consumare alimenti, ovviamente.

Il binge eater arriva ad avere una stima di sé apri a zero, così come azzerata è la speranza di poter uscire dal disturbo alimentare.

Vaga da solo, a passo incerto tra la gente. Testa bassa, sguardo spento.

Il binge eater non ha bisogno di essere umiliato, si umilia da solo tutti i giorni. Vive come in una bolla. Porta dentro di sé un segreto che gli pesa sul cuore. Vaga perso con un mal di stomaco lancinante, il mondo gli appare ovattato. Le parole, i discorsi gli arrivano offuscati alle orecchie.

Il binge eater è isolato, fuori dal mondo. Lui ci si è messo. Nella sua testa esiste solo il disturbo alimentare e i sensi di colpa. Vive al di fuori di tutto, come se il suo cuore fosse l’unico a pulsare più forte. Disperato.

Perché fa questo al suo corpo? Non lo sa.

Perché il suo cervello lo obbliga a mangiare? Non lo sa.

E sempre, sempre, il suo cervello lo assilla, lo tortura. È il suo demone.

Il binge eater tace e piange, con il cuore in mano che vorrebbe stringere fino a soffocarlo.

Il binge eater si disprezza. Si odia. Si reputa un perdente.

Il binge eater costruisce un muro di autodistruzione intono a sé e non lascia che nessuno lo oltrepassi. Cammina per i corridoi dei luoghi che frequenta senza notare gli amici. Cammina con lo stomaco che pesa e con gli occhi lucidi. L’animale ha un’anima ma cerca di negarla. Sa che a casa lo aspetta l’inferno. In fondo, lo brama.

Tornare ad essere una persona normale non gli sembra minimamente realizzabile. Non si ricorda neanche più cosa voglia dire gustare un pasto per la fame o perché è veramente buono. Non si ricorda la serenità, non si ricorda la felicità. Non si ricorda nulla, preferisce dimenticare e buttarsi via.

La soluzione esiste: dispense vuote, vuote davvero. Niente da rubare, niente da desiderare.

La ripresa è durissima. Non è una dipendenza fisica, è mentale.

Poco alla volta, giorno dopo giorno, può passare.

Giorni che sembrano durare anni.

Basta una dozzina di ore per sentire l’astinenza. Basta ancora meno per cedere. Ci vuole coraggio per non agire. Ci vuole forza per negarsi la propria droga quotidiana.

Il binge eater non è debole. Non può mai esserlo. Non lo è mai stato. Ha avuto un periodo di debolezza, ma non può durare per sempre. Non si deve arrendere, lo sa. Al primo cedimento, il processo si innesca di nuovo tale e quale.

Il binge eater ha spazzato via la propria normalità con il gesto più naturale: nutrirsi.

Questo non può e non deve fermarlo dal ricostruire una persona sana.

Quando il corpo inizia a cedere, la mente deve rinascere. Quando lo stomaco fallisce, il cervello deve vincere.

Il binge eating è un complesso combinarsi di atteggiamenti e paure che creano una tensione interna insostenibile.

Se c’è un modo di uscire, quello è imparare a tornare a vivere nel mondo reale.

Imparare di nuovo a frequentare le persone, imparare a immergersi nuovamente nella vita di tutti i giorni con la stessa energia e coraggio di sempre.

Essere binge eater vuol dire anche allontanare da sé le persone. Vuol dire respingerle, odiarle.

Bisogna smontare questo muro di solitudine e imparare, da soli, a vivere come una volta.

È una battaglia con un solo guerriero in campo. Amici e parenti non possono vincere al suo posto.

Da soli contro se stessi. Uno per uno, uno in uno.

Questa è la sfida: da soli ma insieme.