Thomas

  • Bi 
eva e thomas in un bar di torino

Il “Closer” era uno dei tanti locali di San Salvario, la zona in cui la popolazione torinese si approcciava alla tipica movida di una città. Le luci dei locali illuminavano le strade e i sorrisi, la musica sviava tra le finestre aperte riversandosi all’aria aperta, non riusciva a coprire il gran vociare delle persone intente a fumare, sorseggiare un cocktail e tornare a casa con la consapevolezza di aver staccato la testa.

Tra questi c’ero io.

Seduto sul comodo divanetto del Closer, mi guardavo attorno, in attesa. Di fronte a me, sui muri grigi erano appesi stampe ispirate alla pop art, le poltrone color avio circondavano gli spaziosi tavoli di legno.

Nel mentre del mio perdermi nei dettagli, la cameriera bionda si fermò al mio tavolo, mi rivolse un sorriso sincero e, con fare gentile, mi chiese se ero pronto per ordinare: “Non ancora Sharon, aspetto.”
Mi fece un cenno di approvazione con la testa e l’ennesimo sorriso.

Pensai che ero fortunato, non mi aveva mai mandato a quel paese in tutto il tempo in cui, ho diligentemente occupato un tavolo e ho aspettato, chissà cosa, chissà chi.

 

Eva entrò dalla porta poco dopo, bellissima come al solito.
Si guardava intorno alla ricerca del mio sguardo, del suo volto amico.

La osservai attentamente, come d’altronde avevo già fatto con tutto il resto; la sua era una bellezza eccezionale, fuori dal tempo. Vedevo in lei tutto il buono che questo mondo può offrire, ma anche tutta la paura, la sfiducia che poteva provare nei confronti di quel mondo, tanto marcio quanto fiorito.

Eva era il tipo di ragazza che ti ricorda vagamente un campo di margherite; in lei si nascondeva la gioia, la semplicità, la purezza.

Il suo arrossire la rendeva ai miei occhi l’essenza della spontaneità. Se ne stava lì davanti a me, a piccoli sorsi beveva la prima Tequila Sunrise, io arrivai velocemente al terzo amaro.

Rideva alle mie battute terribili con sincerità; portava con grazia la mano all’altezza della guancia e ci si appoggiava, nascondendo al mio sguardo parte del suo viso. Per quanto ammaliato ne ero sinceramente dispiaciuto.

Ho imparato ad amare l’istante in cui chiudeva gli occhi e lasciava che le lunghe ciglia scure le accarezzassero la pelle mulatta liscia e luminosa.

Innamorarmi di lei fu la mia devianza.
Mancai di lucidità, la vita mi sorprese ed io, io semplicemente non me ne accorsi sul momento.
Fu imprevedibile, come l’essenza del caso. Non corsi il rischio, non le dissi la verità neanche quella sera.
Persi l’ennesima occasione.

Ma da bravo deficiente e codardo, trovai il modo di rigirare miseramente la mia triste frittata: tra un discorso e l’altro, dopo mille tentennamenti da parte mia, iniziai il mio greve discorso.

“Oltre le cazzate, come stai davvero?” – Rimase colpita dalla mia franchezza; fece un respiro profondo.

Mi guardava con quei grandi occhi scuri, sapevo che stava cercando di scrutare dentro di me. Eva voleva capire se fidarsi, se avvicinarsi alla lucina nel buio che le stavo offrendo, sperando di non finire nella trappola di un pesce lanterna.

“Thomas… La verità è che non provo niente. Non sento di vivere ciò che dovrei, i giorni passano tutti uguali a ripetizione, un loop continuo di una routine fastidiosa; è come se la calma piatta stesse strillando nelle mie orecchie che sto perdendo il mio tempo. Non mi sorprende più nulla.
Niente si muove di un centimetro attorno a me. L’inezia non smuove le vite, Thomas. Non ho motivo per smettere di essere una timida, una spaventata dall’idea del dolore e del fallimento, quindi me ne sto nel mio. Solo io e il mio sicuro angolo di mondo.” – disse Eva, quasi vomitando fuori ogni singola parola.

Toccò a me prendere un secondo per pensare, non era mai stata così diretta e sincera. Mettere a nudo l’anima per lei significava saltare da un burrone, e sperare ad occhi chiusi che io l’avessi presa al volo.

“Hai mai sentito parlare della Teoria della possibilità?” – Eva scosse la testa, sussurrò un no imbarazzato.

“Sono convinto che vivere significhi dire di . a tutte le piccole cose che evitiamo involontariamente di fare. Devi dire a più occasioni possibili, anche se piccola e apparentemente banale. Accetta un qualsiasi invito per una birra, per trasformare un conoscente in un amico; guarda attorno a te le infinite combinazioni che la vita ti offre. Dì di e componi la tua realtà.
Un passo alla volta, attimo dopo attimo tutto inizierà a muoversi, come una statua che diventa carne.
E se hai paura assumiti il rischio, o perderai la chance. Vivi di istinto, non importa quanto folle possa sembrare. Questa è l’imprevedibilità della vita.”

Capii dalla sua espressione di esserci riuscito: l’avevo presa al volo.