Venezia

Questo racconto è liberamente ispirato alla storia di Giorgia Boscolo, prima allieva donna della storia ammessa alla Scuola per Gondolieri.

Mi chiamo Giovanna, ho trentacinque anni, e per tutti qui sono ‘nina’.

Vuoi che il mio nome è sempre stato abbreviato in Giovannina per via della mia statura, vuoi che ‘nina’ sta anche per ‘ragazzetta’, mi porto appresso questo soprannome almeno da quindici anni, risale quindi al periodo della mia vita in cui ho preso una scelta che ancora oggi decine e decine di persone reputano discutibile.

Io sono Nina e sono una delle tre gondoliere donne di tutta Venezia.
Non solo, per essere precisa sono stata la prima gondoliera donna della storia.

Sono nata e cresciuta a Mestre, una cittadina molto popolata alle porte di Venezia, dalla quale è possibile raggiungere la Laguna in una manciata di minuti.
La mia storia d’amore verso le imbarcazioni, e in modo specifico per le Gondole, ha radici davvero molto lontane e profonde. Non posso ricordare la prima volta in cui ho visto una Gondola, per quanto mi riguarda essa costituisce una parte della mia storia di vita.

Ho memoria però della prima volta in cui questo mio sogno fu deriso e sminuito:
frequentavo la terza elementare e in classe il tema era “che lavoro vuoi fare da grande?”, come potete immaginare le risposte furono severamente divise nelle due categorie classiche dei bambini ovvero “cose da maschi” e “cose da femmine”. Io fui una delle ultime a rispondere, il mio temperamento tranquillo mi aveva fatto guadagnare uno dei posti in fondo alla classe, sedevo accanto ad un bambino di nome Giorgio, taciturno e molto timido, uno di quelli che non avrebbe procurato dolore di alcun genere nemmeno ad un insettino.
Quando arrivò il mio turno mi alzai in piedi e con uno dei sorrisi più orgogliosi che possedevo risposi a gran voce: “io da grande voglio fare la gondoliera”.

Ci fu una frazione di secondo nella quale la maestra e i miei compagni metabolizzarono l’insolita risposta, dopodiché una risata generale mi colse del tutto impreparata:
volsi il mio sguardo a Giorgio, lui che non aveva mai preso parte agli stupidi scherni di gruppo, se ne stava lì tutto serio e con gli occhi sbarrati. Quando volsi poi lo sguardo alla maestra, che indossava un’espressione mista imbarazzo e stupore, ella mi incitò dicendo: “avanti, Giovanna, non scherzare, quale lavoro ti piacerebbe fare da grande?” io come unica risposta tornai a sedermi, preferivo comunque stare in silenzio ed essere derisa piuttosto che rinnegare il mio desiderio. Fino a quel momento non avevo assolutamente fatto i conti con il pregiudizio degli altri, e il mio sogno non mi era mai sembrato fuori dagli schemi. Nei miei occhi d’innocenza era sempre e solo entrato il fascino di un mestiere antico e molto apprezzato e rispettato, ma mai mi ero posta il problema che tutti i gondolieri fossero maschi, mai, certo, fino a quel giorno.

Tornai a casa avvilita e insolitamente silenziosa, mia mamma, con la quale ho sempre avuto un rapporto molto bello, si accorse subito che qualcosa non andava e piano piano riuscì a rompere quel guscio di vergogna che mi si era istantaneamente creato addosso.
Ricordo molto bene anche quella sera: avevo mangiato insolitamente poco a cena e me ne stavo sulla poltrona, piedi a penzoloni, con un libro di scuola aperto sulle gambe, mi piaceva studiare ma quella sera vagavo con lo sguardo sul libro senza riuscire davvero a fare i compiti, lei con il tono dolce da mamma un po’ preoccupata mi disse semplicemente: “non so cosa sia successo, so solo che farei di tutto per farti stare meglio”.
Quelle parole diedero uno scossone a tutte le emozioni che trattenevo dalla mattina e provocarono un forte pianto a singhiozzi, fra i quali, le spiegai il motivo di tanta tristezza.

Correva il 1988 e purtroppo le scuole erano ancora di stampo retrogrado, quindi quando mia madre, preoccupata per il mio improvviso disagio nel recarmi a scuola, tentò di parlare con l’insegnante le venne semplicemente risposto che io ero al sicuro e che i bambini avevano reagito spontaneamente ad una mia risposta insolita.

Quella fu la prima e ultima volta in cui parlai del mio desiderio in pubblico, negli anni successivi, infatti, ebbi il coraggio di parlarne solo con mia madre e con il mio attuale compagno. Mio padre, un bravissimo uomo, per il quale ho sempre nutrito grandissima stima, è di vecchio stampo, a volte burbero e in generale non troppo predisposto al dialogo, mi ha sempre voluto un gran bene e me l’ha saputo dimostrare in moltissime occasioni, ma non mi sentii di parlare con lui di questa scelta finché fu inevitabile.

Correva l’anno 2001 e io ero una ragazza forte, praticavo moltissimo sport soprattutto a corpo libero, il fatto che io non avessi più ammesso la mia speranza di diventare gondoliera non mi aveva impedito di lavorare per conseguire l’obiettivo. Sono da sempre di costituzione minuta, ma negli anni avevo sviluppato un fisico notevole che, il primo marzo 2001, mi consentì di ricevere la bramatissima comunicazione di ammissione all’Accademia della Gondola, l’unica scuola certificata che mi avrebbe formato per diventare una gondoliera.

La mia ammissione a suddetta scuola non passò inosservata, il primo giorno di lezioni trovai infatti alcuni giornalisti locali sotto all’edificio dell’Accademia che avevano appreso la notizia successivamente alla pubblicazione delle graduatorie di ammissione. Con mio grande stupore mi ritrovai a rispondere a domande assurde tipo: “ma hai intenzione di cambiare sesso?” oppure “trasporterai solo turisti leggeri?” o ancora “indosserai la gonna come uniforme?”.

Se pensate che questo genere di domande siano abominevoli e anche di carattere piuttosto assurdo posso assicurarvi che negli anni passarono in secondo piano.

Fui spesso ostacolata, a partire dai miei insegnanti, alcuni dei quali incredibilmente tradizionalisti tentarono sempre di lasciarmi indietro per far figurare che io non fossi adatta a questo mestiere. Alcuni colleghi giovani furono particolarmente gentili con me, arrivando a capire in quale situazione scomoda mi trovassi, altri, soprattutto i più anziani, non mi presero in considerazione e in generale non mi presero sul serio, forse pensando che io stessi giocando uno scherzo di cattivo gusto nei confronti della loro preziosissima tradizione.

Riuscii a terminare, per altro con ottimi risultati, l’Accademia della Gondola e il quattro aprile 2007, dopo anni passati ad essere secondo gondoliere e vogando a prua, indossata la maglietta a righe e il cappello di paglia, iniziò la mia avventura da gondoliera a tutti gli effetti.

I primi tempi furono molto duri, ma la vita non era stata particolarmente indulgente con me fino a quel momento, quindi ero del tutto preparata agli ennesimi ostacoli. Iniziò a girare la voce che non fossi davvero un’autentica gondoliera e che quindi fossi una sorta di abusiva, questo mi costrinse a fare una copia del certificato conseguito e ad esporla in bella vista sulla mia amata imbarcazione. Dopo mesi in cui trasportai nemmeno un decimo dei turisti rispetto a quelli che avrei potuto, salì sulla mia Gondola una ragazza, poco più grande di me, che durante il viaggio mi riempì di domande su di me, curiosità sulla mia vita privata e sulla mia scelta di vita. La ragazza fu molto piacevole e, dato che non mi capitava spesso di essere trattata con riguardo e di ricevere interesse, sostenni con grande piacere la conversazione.

Pochi giorni dopo ricevetti una sorpresa incredibile, scendendo dal vaporetto che mi portava ogni mattina fino a Santa Sofia, notai una folla insolita intorno alle Gondole ferme e un mio collega che, accerchiato, sembrava discuterci piuttosto animatamente.
Mi avvicinai per poter capire cosa stesse succedendo quando parte della piccola folla iniziò a dire: “è lei! è lei!”
Udite queste parole mi bloccai e mi sentii ufficialmente molto confusa.

La folla era lì per me, volevano tutti essere traghettati da me e da nessun altro.
Durante la giornata appresi che la ragazza che avevo trasportato qualche giorno prima lavorava come giornalista presso un importante sito di viaggi e che aveva voluto scrivere un articolo su di me e sul disagio di essere una donna che fa un mestiere esclusivamente maschile.

Ora, dopo anni passati fra derisioni, osteggiamenti, occhiatacce e pregiudizi, finalmente i miei colleghi tradizionalisti hanno un vero motivo per odiarmi: guadagno molto più di loro.