Ventitreenne Ribelle Medio

  • Leo 
la vita a ventitre anni su una poltrona

Anche se sono solo un ragazzo
tutti guardano già al mio passato
quello che ho fatto e quello che sono stato
e la maggior parte mi dice che sono pazzo
o che sono una testa di cazzo
per non aver puntato al massimo dei risultati,
quando a me non sono mai veramente importati.

Non voglio riconoscimenti
o i miei genitori contenti
per un buon successo a lungo sudato,
lancinante come sulla tempia un martelletto.
È così quando sei costretto,
meglio camminare su un pavimento chiodato.

 

Tanti sono i coetanei orgogliosi
dei loro ribrezzevoli sabati festosi,
e a gran voce urlano “senza futuro
ma a cazzo duro”.
Ma che mi frega di pisciare sul muro,
come un cane?
Io ci tengo al mio futuro,
non voglio letame.
E voi non vedete che ho fame?
Se voi possedete un reame
io indosso solo gioielli di finto rame
e ingurgito il vostro catrame.

Sorseggio vino di cattiva marca
immaginandomi sulla mia bella barca
ma l’unica cosa che possiedo è un’arca
fatta solo da assi di legno
e qui io perdo il mio contegno,
e tu con il tuo sdegno
con cui mi parli
con cui mi guardi
credi davvero di essere degno
del tuo regno
che altri, come me, hanno costruito con impegno?

Ho ventitré anni
e per ora ho solo fatto danni,
ma che importa dopotutto?
Da quando in pancia ero un feto
sogno di svelare il grande segreto
che nella vita non devi avere tutto
per poter mostrare al mondo il frutto
di idee tanto pensate,
di felicità innocentemente rubate,
di gioie da tanto serrate
nel surreale mondo della realtà.
Godetevi questa anonimità!

Nella vita non voglio troppe regole
non voglio remore
sopra la testa tu vuoi le tegole
io cerco il cielo.
Voglio una vita semplice:
senza pudore, senza velo.
Ho ventitré anni
e non ho mai sognato scranni,
mi basta la mia poltrona
dove ascoltare il vento che suona.

Domani di nuovo al lavoro
ma in fin dei conti mi rincuoro
io non sono come loro
semplicemente affamati d’oro.

Un giorno dopo l’altro costruisco la mia vita,
che è di mia proprietà,
o almeno così l’ho sempre concepita,
e non mi parlare di omertà
se ho finto di non averla mai sentita
come una mancanza di responsabilità.

Non ho paura del futuro,
non temo il salto nel buio,
vorrei solo essere sicuro
di restare per sempre così immaturo
da non badarmi del mio ruolo
che mi cade addosso e io cado al suolo.

Non voglio guardare il mio conto corrente,
non voglio fare resoconti alla gente,

non voglio parlare per non dire niente,
voglio essere vivo così come suppongo
che mia madre volesse, in fondo.
Mi dicono che sono un vagabondo,
lo sono stato sino quando facevo il girotondo
perché non volevo che il mondo cascasse
ma desideravo che qualcuno lo rispettasse.
Se qualche dio mi ha dato la vita
io la farò diventare un’impervia gita
tra mari, prati e parole
da scambiarsi sotto gli ultimi raggi di sole
di una giornata senza alcuno scopo
se non viverla a pieno senza rimorsi.
Voglio giocare a questo eterno gioco
senza aver bisogni di fittizi rinforzi
che tu trangugi così orgoglioso:
le tue pillole per un buon riposo.

E quando mi dicono: “pensa al tuo futuro”
riesco solo a vedere il muro
delle cose che vorreste che facessi
ed io sarei felice se solo lo abbattessi
senza fare troppo rumore
senza essere sulla bocca di belle signore
che eleganti e profumate
vivono unicamente di occasioni sprecate.

Ho ventitré anni e posso ancora permettermi
di sognare la mia guerra senza proiettili
tra la vita che dovrei condurre
e la mia mente, che da essa lontano corre.

Sono giovane e ho la presunzione
di avere il mondo in mano
perché chi è votato all’azione
ha il brutto vizio di non saper guardare lontano.
Non mi importa molto di una famiglia 

o una suddetta tale
preferisco una vita nella fanghiglia
alla noia mortale.
È quello che molti chiamano “vita normale”
e Pirandello trappola sociale.
Se non ha senso il mio ragionamento
a me basta morir contento,
mentre io non cerco gloria,
tu ti crogioli nella tua boria,
io a Trieste nella bora
mi lascio andare e ancora

non mi sento un granché soddisfatto
perché attorno a me ancora nulla è andato disfatto.

Lotterò perché le costruzioni sociali
possano andare a pezzi
e allora tutti i superficiali
saranno gli asociali che ora disprezzi.

E se come tanti fallirò
avrò ancora la mia poltrona
dalla quale guardare il falò
dei miei sogni andati in rovina.
E se come tanti perderò
avrò ancora i bei ricordi
che lentamente brucerò
scendendo a patti ed accordi
con quel mondo che ho sempre odiato
e che per anni ho rigettato
consolato dal fatto che almeno ci ho provato
mentre altri lo hanno accettato
senza emettere nemmeno un fiato.

Quando era necessario l’ho combattuto
e tu invece restavi seduto
a lamentarti del ponte caduto
senza muovere un solo dito.
E se di prati e parole la mia vita sarà
agli occhi degli altri, una nullità,
mi basta avere uno spiraglio libero
da cui respirare puro ossigeno.

A ventitré anni mi è ancora concesso
di passare la notte a fissare il cesso
e non essere il blogger depresso
per aver perso i like, adesso!

Quindi futuro,
cosa tieni in serbo?
È forse prematuro
o troppo acerbo
per avere una previsione
che mi dia un minimo di soddisfazione?

E se non posso contare sulla mia autorealizzazione
mi farò bastare il contratto rinnovato in quella indecente, odiata e dannata motorizzazione.