Vino rosso

nel bosco di notte da soli senza luce come un incubo

Era la sera di un 6 aprile particolarmente tiepido e decisero di trascorrere una serata diversa. Decisero di non rintanarsi in un locale affollato di gente ma di prendere la macchina e avventurarsi nei boschi dietro casa loro. Così quella sera Marco e Alessio, amici da una vita, caricarono in macchina qualche birra e una bottiglia di vino e si avviarono verso la periferia.

“Mettiamo un po’ di musica per creare la giusta atmosfera”
Marco ridacchiò, attaccando all’autoradio il proprio cellulare:
“la conosci?”.

Cercò la colonna sonora di Profondo Rosso e la sparò a tutto volume in macchina.

“Ma che fai?”
Alessio rise, abbassando il volume:
“guarda che mi sto già pentendo di quello che stiamo facendo, ti riporto subito a casa”.

“Ma no, perché ti stai pentendo? C’è una casetta dei cacciatori in quel bosco, possiamo metterci lì a bere almeno nessuno ci rompe le palle”.

“Ma anche no”
Alessio imboccò la strada per i boschi, i lampioni iniziavano a scarseggiare:
“perché non stiamo nel prato lì… quel campo lì sul bordo della strada, così vediamo anche la luna. È figo, di notte si dovrebbero vedere bene le stelle”

“Ma cos’è, ti devi dichiarare?”
Marco sprofondò nel sedile:
“e poi lì davanti alla strada c’è rumore, passano le macchine”

“Ma che macchine vuoi che passino di notte là, che non c’è nulla?”

“Dai fidati, quella casa lì è fighissima e ci protegge anche dal vento, ora di domani mattina farà un freddo cane”.

Alessio accostò l’auto sul ciglio della strada deserta.
“Ma guarda cos’è figo sto prato, cosa ci devi andare a fare in mezzo al bosco?”

Marco rise.
“Sei proprio un cagasotto”
Alessio sbuffò, sorridendo poi:
“Dai vero uomo, scendi e scarica le birre”
spense la macchina, aprendo la propria portiera:
“e offrimi una sigaretta visto che ci sei”.

Presero dal bagagliaio gli zaini, accendendosi una sigaretta a testa e si guardarono intorno.

“Certo che è proprio buio pesto, hai il telefono carico per accendere la torcia?”
“Ce l’ho al cinquanta per cento, non dura tutta la notte con la torcia accesa. Tu a quanto ce l’hai?”
“Settanta. Dai, ce la caviamo. E poi quando gli occhi si abitueranno al buio ci vedremo meglio”.

Iniziarono a camminare lungo un sentiero del bosco abbastanza largo, gli zaini ricadevano pesanti lungo le schiene. Stapparono la prima birra mentre ancora erano alla ricerca del luogo dove fermarsi, Marco lasciò la musica della playlist scorrere. Trovarono uno spiazzo abbastanza isolato, un tronco era appoggiato a terra.

“Qua sicuramente un fulmine ha tirato giù l’albero”.
Alessio ci si sedette sopra:
“Non c’è dove appoggiare la schiena, però è figo, mi piace come location da sbronza paranormale” ridacchiò, sorseggiando la propria birra “che ne dici, ti va bene?”
Marco si sedette accanto a lui:
“Figo è figo, lo ammetto. Mai come quella casetta eh, però è figo”

“E basta con sta casetta”
Alessio gli tirò un leggero spintone:
“magari c’è dentro qualche barbone che ci aggredisce”
“Ma neanche i barboni ci andrebbero a dormire in quella catapecchia, cazzo”
“Loro no e noi sì? Motivo in più per non andarci”.

Si scambiarono degli sguardi divertiti, cominciando poi a ridere. Un discorso tirò l’altro, da uno serio a uno leggero, da uno sguardo apprensivo alle risate sonore al gusto di birra. Intanto il tempo passava e la luna fece capolino tra le chiome folte degli alberi, luminosa e irrompente. Di tanto in tanto nella notte qualche rumore li fece sobbalzare: fruscii tra le frasche, piccoli animaletti che sgusciavano veloci verso le proprie tane e uccelli notturni che sibilavano tra le foglie. Ma con l’arrivo della luna anche il freddo iniziò a farsi prepotente, le mani dei ragazzi iniziarono a diventare gelide e la pelle screpolata.

Ogni birra stappata equivaleva a un cappuccio alzato o una giacca chiusa sul petto, fino a che non si arrivò ad aprire il vino rosso. Era in una bottiglia scura, sull’etichetta non c’era scritto il nome né la gradazione alcolica, solo l’anno di imbottigliamento. Alessio lo aveva rubato dalla cantina dei suoi genitori apposta per la serata.

“Bel colpo Ale, sembra un vino buono”
Marco lo aprì, appoggiando il cavatappi accanto a sé, sul tronco:
“Imbottigliato tre anni fa, invecchiato bene”
diede il primo sorso, annuendo:
“Buono, mi piace”
“Si ma passa qua”, ne bevve un sorso anche Alessio, controllando la data sull’etichetta:
“è il giorno in cui è morto mio nonno, forse è così buono perchè c’è dentro il suo spirito” ironizzò.

Marco fece una smorfia:
“non mi piace l’idea di bere tuo nonno”.

Scoppiarono in una sonora risata, per poi rabbrividire vistosamente dal freddo, guardandosi a vicenda.
“Che facciamo? Qua si muore di freddo”
Alessio si fregò le mani per riscaldarle un po’.

“Dai Ale, proviamo ad andare in quella casetta. Almeno lì siamo riparati dal vento.”

Alessio alzò gli occhi al cielo, per poi sospirare:
“e andiamo in questa maledetta casetta così almeno sei felice”.
Marco sorrise soddisfatto:
“Me lo sentivo che alla fine ci saremmo andati”.

Si alzò veloce, caricandosi in spalla lo zaino:
“Sono quasi certo che sia di qua”
“Ecco, iniziamo bene”
Alessio si alzò mollemente, infilando nello zaino il cavatappi:
“non mi fido per niente del quasi certo
“Dai non lagnare e muovi il culo che fa freddo”
Marco si avviò, facendo strada.

Camminarono lungo dei sentieri del bosco facendosi luce con la torcia del telefono. Nel silenzio della notte i due sobbalzarono. Videro in lontananza qualcosa. Si arrestarono.

“Marco, che cazzo era quello?”
Alessio gli si accostò, il vino stretto in una mano:
“Non lo so” sussurrò Marco “a te cosa sembrava?”
“Onestamente? Non ne ho la più pallida idea”.

Marco indugiò per qualche istante, poi si schiarì la voce:
“Sarà stato qualcosa che volava tra gli alberi, come quei dannati piccioni di prima”
Alessio accennò ad una risata, nervoso:
“Coglione, i piccioni non stanno nei boschi. Soprattutto non di notte. Sarà una civetta al massimo”
Marco gli lanciò uno sguardo gelido:
“Sempre uno stupido pennuto è. Dai andiamo, forza”

“Ma quanto è lontana ancora sta casetta? Ci stiamo allontanando parecchio dalla macchina.”
Marco scrollò le spalle:
“non riconosco bene i sentieri di notte. Sai, non si vede niente. Però credo di esserci vicino”.

Ripresero così a camminare nella notte, ora silenziosi in un’atmosfera molto tesa. Avanzarono nel buio per ancora una ventina di minuti, stringendosi sempre di più negli abiti pesanti. Poi, dal nulla, come apparsa in un miraggio, una piccola baracca in parte diroccata fece capolino tra le piante.

“Eccola, ci siamo!” annunciò Marco con tono trionfante. “Hai visto? Tu che dubitavi di me”.
Alessio si fermò.
“Oh che fai? Adesso che siamo arrivati non ti muovi?” lo apostrofò Marco, pochi passi più avanti di lui.
“Non so Marco, mi sento strano” guardò in alto, verso il cielo.

La luna non era visibile in quello sprazzo di nero che si delineava tra le chiome degli alberi
“è come se ci fosse una strana elettricità qua”
guardò l’amico, lo sguardo era serio, gli angoli della bocca erano leggermente piegati all’ingiù in un’espressione truce:
“Non mi piace per un cazzo questa cosa, torniamo indietro”
Marco lo guardò preoccupato, la sua aria sconvolta lo stranì.
“Dai Ale, proviamo a entrare, poi se proprio non te la senti torniamo indietro”.

Alessio indugiò, tamburellando nervoso con il mignolo sul vetro della bottiglia, poi annuì. “Va bene, proviamo. Ma se non mi sento bene torniamo indietro, è chiaro?”
“Promesso Ale, promesso”

Alessio lo raggiunse, poi si avvicinarono alla casetta. Scostarono appena la porta di ferro arrugginita che si aprì con un cigolio. Si levò contro di loro una nuvola di polvere, tossirono, poi puntarono la luce della torcia al suo interno. Era molto mal ridotta ma i muri erano ancora in piedi, si intravedeva dentro uno sgabello, una zampa era rotta ma sembrava ancora reggersi in piedi. I due ragazzi entrarono, accostandosi la porta alla spalle. In un istante, la torcia del telefono si spense.

“Cazzo!”
i ragazzi sussultarono:
“Ale, cazzo, accendi la tua”
Alessio frugò nella tasca, prendendo il telefono e accendendo la propria torcia:
“che cazzo è successo?”
Marco schiacciò il tasto di sblocco del telefono ma questo non rispose:
“Merda, mi è morta la batteria.”
“Sei un idiota. Hai tenuto la musica accesa per troppo tempo”
Alessio sbuffò, lasciando a terra il proprio zaino.

“Va beh tu ce l’hai carico, no?”
“Sì, sì”
sospirò, controllando.

Sbarrò gli occhi. “Marco… è al sette per cento”.
Marco si irrigidì:
“Cosa vuol dire che è al sette per cento?! Era al settanta e non l’hai usato!”.

Alessio afferrò Marco per una manica della giacca:
“Andiamo via di qua. Marco, sto posto mi fa paura, andiamo via!”
“Sì bravo!”
Marco si dimenò dalla sua presa:
“Dove cazzo vuoi andare con il sette per cento di batteria? Come torniamo indietro con sto buio che non vedi a un palmo dal naso?”.
Alessio sbottò, teso e terrorizzato:
“e cosa stracazzo dobbiamo fare?!”

Marco gli mise le mani sulle spalle:
“Ale ragiona, calmati e ragiona. Sono le tre ormai, fra tre ore sorge il sole. Aspettiamo l’alba e quando ci sarà un po’ di luce torniamo indietro. Adesso senza torcia e con questo buio non andiamo da nessuna parte. Okay?”.

Alessio lo fissò negli occhi per qualche istante, per poi sgusciare via dalla sua presa e rimettersi lo zaino in spalla:
“No, mi hai promesso che se non mi fossi sentito bene qua dentro saremmo tornati indietro! Adesso torniamo indietro finché il telefono regge! Poi vedremo!”.

Spalancò la porta, poi si immobilizzò.

“Ale? Tutto bene?”
Marco gli si accostò, per poi immobilizzarsi a sua volta.

“M-Marco… il… il sentiero…”
Restarono con lo sguardo fisso tra i tronchi per diversi interminabili istanti. Il sentiero dal quale erano arrivati sembrava essere stato inghiottito dalla vegetazione folta e selvaggia.

Marco gli strappò il telefono di mano, facendo qualche passo avanti, per poi sussurrare: “no… no, non è possibile. Non è possibile.”

Iniziò a girare freneticamente intorno alla casetta, per poi urlare
“non è possibile, cazzo! Non è possibile!”.
Guardò Alessio, gli occhi lucidi.

Alessio teneva lo sguardo fisso nel vuoto, poi lo spostò su Marco:
“Dobbiamo andarcene”.
Non attese risposta e iniziò ad addentrarsi tra le sterpaglie alte.

Marco non ebbe il coraggio di ribattere e lo seguì, facendogli luce da dietro, tenendo d’occhio con fare nevrotico il livello di carica del telefono.

Sette per cento.
Sei.
Cinque.
Avanzavano lentamente nel cuore del bosco, non c’era neanche la traccia di un sentiero. Quattro.
Tre.

“Ale il tuo telefono si sta scaricando…”
la voce di Marco vacillò:
“Ale..”

Lo vide girarsi di colpo, teneva l’apribottiglie tra le dita.
Aveva il volto sconvolto, poi senza un cenno, senza un sussurro, se lo conficcò in gola.

“Alessio!”
Marco gli saltò addosso, gli strinse una mano sul collo per cercare di tenere a bada l’emorragia.
Il telefono cadde a terra e nella poca luce intravide gli occhi di Alessio fremere di paura, le pupille enormi per il buio, la pelle fredda.
Poi gli occhi si spensero in un ultimo terrorizzato luccichio. Marco restò a fissarlo, sconvolto, le mani sporche di sangue.
Tratteneva il fiato, gli occhi sbarrati e il cuore batteva a mille.

Si trovò immerso in un foresta di pensieri che venivano inghiottiti nelle pupille profonde dell’amico. Si delineavano nella sua mente idee confuse che si intrecciavano, si scavalcavano, poi svanivano nella gelida morte di Alessio.
In quel marasma di pensieri disordinati, si ritrovò ad afferrare a sua volta il cavatappi. La luce della torcia si spense di colpo, l’ultimo rumore che si udì fu quello vivo di carne che si lacera. Un ultimo gemito spezzato, poi silenzio.

Due giorni dopo la polizia ritrovò l’automobile di Alessio parcheggiata sul ciglio della strada. Al suo interno, appoggiate una sul sedile del guidatore e una sul sedile del passeggero, giacevano due bottiglie di vino rosso. Sull’etichetta, grezza, c’era solo la data di produzione: 6 aprile 2018. I due corpi, invece, non furono mai trovati.